Un
campo per non partire
KURDI Mahmura (Iraq), 8500 profughi fieri e
decisi a restare in "patria"
DINO FRISULLO
Nel 1996 Hogir Heci Destani aveva cinque anni, giocava fra le tende,
nella verde vallata montana di Atrush. L'anno dopo, fra le stesse tende piantate nella
polvere assolata di Ninowa, l'antica Ninive, gli occhi del piccolo Hogir e di migliaia di
bambini seguirono stupefatti il gruppetto di italiani e tedeschi che li avevano finalmente
raggiunti dalla Siria, passando il Tigri e un'infinita serie di posti di blocco del Pdk di
Massud Barzani. Tolti alcuni giornalisti e gli operatori della Croce rossa e dell'Onu, era
la prima delegazione straniera a raggiungere il popolo in fuga da quattro anni dal
Kurdistan turco, attraverso i monti e poi sempre più giù nella valle della Mesopotamia.
Oggi Hogir ha dieci anni. Il suo nome figura in una lista dei malati più gravi compilata
da Heyva Sor, la Mezzaluna Rossa kurda. Tredici tubercolotici e otto casi di cancro. Il
più giovane è lui, leucemico da due anni. Anche gli altri tumori sono insorti negli
ultimi anni, dopo che il campo profughi nel '98 si spostò ancora più a sud, fino a
sfidare il divieto dei militari iracheni, a passare il 30esimo parallelo e ad attestarsi a
Mahmura, nella provincia kurda di Mosul controllata dal governo di Baghdad. Al riparo
dalle incursioni dei turchi e dei loro alleati kurdi ma non dalle mine e dal fall-out
radioattivo, eredità della guerra del Golfo. Del resto è possibile che il cancro covasse
nel corpicino di Hogir fin da quando, a due anni di età, tremava in braccio a sua madre
nel grande esodo di trentamila kurdi fra le nevi delle montagne del Botan, inseguiti dal
fuoco degli elicotteri che avevano raso al suolo i loro villaggi. Dal cielo piovevano
proiettili all'uranio impoverito, oltre alle armi chimiche e al napalm. Morirono oltre
trecento e seicento furono feriti dalle bombe, dal gelo e dalle mine, in quel tremendo
marzo del '94.
Mahmura è in pieno deserto, a 400 chilometri da Baghdad e ad oltre 100 dal capoluogo
Mosul. La più vicina fonte d'acqua costa un'ora di cammino, a parte il raro arrivo di
autobotti dell'Onu. Dispersi per disperazione due terzi dei 30 mila iniziali, oggi a
Mahmura vivono 8.500 profughi, di cui mille bambini sotto i quattro anni di età e 4 mila
tra i 5 e i 17 anni. Solo le scarse razioni dell'Onu e il generoso aiuto delle famiglie
kurde dell'area consentono al campo di sopravvivere, nella generale penuria dovuta
all'embargo.
Alle patologie endemiche, respiratorie d'inverno e gastroenteriche d'estate, risponde la
piccola infermeria gestita da due soli medici e da infermieri volontari, e un'ambulanza
inviata nel '96 dalla Germania insieme a 48 tonnellate di medicinali: il governo giordano
trattenne metà dei medicinali, e cinque anni dopo bloccò altri materiali sanitari e una
seconda ambulanza inviata dalla Francia. Alle tende, con i materiali forniti dall'Onu e
dal governo iracheno, si sono sostituite catapecchie in muratura simili a quelle dei campi
palestinesi a Gaza.
Nel dicembre del '99, dopo l'annuncio della tregua unilaterale del Pkk, i profughi da
Mahmura chiesero all'Onu di poter tornare "per contribuire al processo di pace".
Ma ad alcune condizioni: garanzia internazionale, ricostruzione dei villaggi, amnistia,
abrogazione dello stato di emergenza, educazione dei bambini in lingua kurda. Non c'è
stata risposta. L'ultima delle quattro condizioni è imprescindibile, per il popolo di
Mahmura. Più importante della vita stessa. Perché Hogir e migliaia di suoi coetanei
hanno avuto, fra tende e baracche, il privilegio di poter studiare nella loro lingua
madre, oltre ad apprendere il turco e l'inglese, nelle quattro scuole primarie (una
dell'Onu, tre autogestite) e nel liceo del campo. Ognuno dei tremila studenti attuali ha
in media una matita, mezzo quaderno e una frazione di qualche vecchio sussidiario di
scuola in turco e dei "libri" scritti a mano in kurdo, ma il
"sindaco", i quattordici "assessori" e i 60 insegnanti volontari di
Mahmura tengono a quelle scuole più che alle loro casupole: "E' il primo angolo di
Kurdistan libero", dicono con orgoglio. Lo stesso orgoglio che ha portato l'Onu a
minacciare l'abbandono del campo: non sono profughi normali, dicono i funzionari, troppo
politicizzati, rifiutano non solo il rimpatrio alle condizioni turche, ma anche l'espatrio
in Europa alle condizioni dei mercanti mafiosi. Preferiscono sopravvivere nell'inferno,
coltivando la dignità dell'esilio e la speranza del ritorno.
Forse è per questo che il Comune di
Trepuzzi ed altri comuni del Salento, abituati a soccorrere i kurdi naufraghi sulle loro
coste, una volta conosciuta la storia di Mahmura hanno deciso di aiutare questo pezzetto
di Kurdistan che ostinatamente non vuole finire sugli scogli di Otranto. Si tasseranno per
fornire di medicinali e attrezzature sanitarie il piccolo ambulatorio, mentre un altro
comune al capo opposto d'Italia, quello di Verbania, stamperà a sue spese migliaia di
libri di favole in kurdo elaborati (clandestinamente) dal Centro di cultura della
Mesopotamia di Istanbul. Una delegazione italiana, entro l'estate, porterà favole e soldi
a Mahmura, raggiungendo la "terra di nessuno" via Baghdad o attraverso
Suleymanye e il nord Iraq. Con loro ci saranno medici e strumenti per verificare l'impatto
delle armi su questa popolazione che ha attraversato, metafora del destino di un popolo, i
territori di tre guerre: la "guerra sporca" della Turchia, il conflitto
sotterraneo o esplicito fra le milizie kurde, la pulizia etnica di Saddam a Mosul. E che
ha aggiunto alle sofferenze proprie quelle condivise con la popolazione irachena sotto
embargo.
Dino
Frisullo