20 Marzo: ci saranno tutti, proprio tutti

Sono ormai 13 anni, che è in atto nel pianeta un attacco forsennato da parte del potere capitalista a guida
occidentale, alle condizioni di vita, ai diritti e alla stessa libertà di tutti i soggetti sfruttati del pianeta.
Contemporaneamente lo sviluppo continuo cui il capitale è costretto dalla crisi ormai cronica,
porta la punta più avanzata del capitale internazionale a liberarsi dei pesanti fardelli costituiti
dai paesi capitalisti più arretrati, e non in grado di reggere lo scontro concorrenziale.
In primo luogo si eliminano tutti quei paesi del cosiddetto terzo mondo,
da tempo ormai espropriati delle ricchezze anche per colpa della loro classe dominante,
arricchitasi proprio con la svendita delle materie prime e delle altre ricchezze, di cui quei paesi erano ricchi.
I primi a pagarne le conseguenze sono stati i paesi africani, di cui ormai non si parla più come di paesi colonizzati,
ma di paesi destinati alla scomparsa.
Adesso si sta concretizzando l'eliminazione di quei paesi mediorientali ricchi di petrolio,
e pertanto mira di conquiste e di controllo da parte dei paesi occidentali.
L'Iraq è stato per ora l'ultimo in ordine di tempo, ma già dense nubi coprono il cielo di altri paesi,
quali l'Iran e la Siria, senza contare la Palestina, già di fatto eliminata dagli israeliani, con la complicità di altri paesi arabi.
Ma la novità è che nell'ultimo periodo sembra comparire una maggiore determinazione a resistere.
E' chiaro che l'esempio più eclatante di volontà di resistere è quello iraqeno, ma non è l'unico.
Basti pensare alla guerriglia che da decenni insanguina il Corno d'Africa,
ma anche quello che comincia a succedere in varie forme nell'America Latina,
sia nella forma tradizionale di qualche capo di stato, che si ribella al prepotere yankee (vedi Venezuela),
sia nella forma secondo noi più interessante delle rivolte popolari contro le condizioni di vita da fame, cui sono costretti dall'ingombrante vicino (vedi Argentina, ma anche Haiti).
E' naturale che queste ribellioni si alimentano l'un l'altra, per cui è chiaro che quanto più cresce la rivolta in Iraq,
tanto più cresce la voglia di ribellione in Haiti ed in altri stati, e tanto più si ritardano
nuove avventure belliche da parte occidentale.
Ma pensiamo che la forza con cui si esprime la rivolta ( o meglio ancora le diverse rivolte) iraqena non ci debba portare a considerare quella resistenza una sorta di Stalingrado dei rivoluzionari, per cui bisogna smettere tutto il resto
e concentrarsi a mandare aiuti e solidarietà esclusivamente alla resistenza iraqena.
Sarebbe sbagliato, perchè la si caricherebbe di un peso, che non ha, e che, probabilmente non vorrebbe neppure avere,
visto che oltretutto non pare quella resistenza essere univoca e centralizzata.
Non vogliamo ancora ribadire cose già dette e ridette sulle diverse anime di quella resistenza,
da quella sciita a quella sunnita, e magari con qualche componente anche diversa.
Ma sarebbe sbagliato, perchè considerare la resistenza iraqena come un tutt'uno, ed oltretutto a prenderla come referente,
significherebbe sposare concezioni aberranti in nome di una lotta nemmeno antiimperialista ma solo antiamericanista.
Oltretutto non si farebbe nemmeno un gran favore alla resistenza iraqena,
visto che essa si i troverebbe imposto un ruolo, che forse è di qualche sua componente, ma non di tutti coloro
che in Iraq si oppongono all'occupazione anglo-americana.

Ma quale potrebbe essere un ruolo importante in questo conflitto per chi lotta in occidente contro il capitalismo e per la liberazione dallo sfruttamento? Sicuramente non quello di chi manifesta inutile solidarietà!
Cosa volete che se ne faccia di una sfilata di solidarietà (oltretutto ambigua pure) chi tutti i giorni infligge agli occupanti
anglo-americani ingenti perdite? Come per lo stesso motivo non hanno certo bisogno
di sottoscrizioni in denaro per procurarsi le armi!
L'unica cosa che i rivoluzionari possono fare in questa fase non solo per loro,
ma per tutti quelli che si oppongono allo sfruttamento e ad ogni forma di oppressione,
è quella di sconfiggere tutti i tentativi di criminalizzazione degli oppositori,
che il capitalismo da anni sta perseguendo con la complicità non solo della sinistra istituzionale,
ma anche di frange consistenti dello stesso movimento.
Basti pensare come nel silenzio quasi totale è passata la criminalizzazione del FPLP, di Batasuna,
delle FARC, e addirittura di tutti i partiti kurdi, dal PKK, al KADEK, al Kongra-Cel.
E allora una campagna contro l'occupazione yankee dell'Iraq può avere un senso,
solo se viene impostata come una campagna per il riconoscimento della legittimità di ogni resistenza
contro lo sfruttamento ed ogni forma di oppressione, non solo in Iraq, ma dovunque.
E' la manifestazione del 20 Marzo un passo in tal senso? Secondo noi NO, in particolar modo in Italia.
Abbiamo specificato il caso italiano, perchè nel resto del mondo, sia pure in modo assai blando,
ed anche con un pò di ambiguità, per lo meno si è fatto un passo avanti,
nel negare che resistenza significa terrorismo, per lo meno quando si parla di Iraq e Palestina.
E' vero che in quel documento di Mombai manca il riconoscimento della legittimità della resistenza
nelle altre parti del mondo, e quindi sarebbe sempre una manifestazione ambigua,
che accetterebbe il diritto alla resistenza, purchè "ad un palmo dal nostro naso",
ma ripetiamo sarebbe un passo avanti, per un movimento che negli altri Forum mondiali ha avallato
la criminalizzazione di Batasuna, invitando mentre la si escludeva formalmente,
il grande artefice di detta criminalizzazione, e cioè l'ormai "famoso" Garzon.
Ma il caso italiano è talmente più becero, che non ci consente alcuna forma di rapporto, sia pur conflittuale.
Il Forum italico, dopo aver appoggiato il programma di Mombai, onde evitare di essere considerato
non facente parte del Forum mondiale, tornato in "patria" non ha trovato niente di meglio da fare,
che "arricchire" il programma del Forum. E come lo ha arricchito? Con due note in particolare:
reinserendo la politica del nè...nè..., rifiutata dal Forum mondiale, e cioè reinserendo
la ormai solita clausola del No al terrorismo, da accompagnare al No alla guerra, e con il richiamo al ruolo dell'ONU.
In parole povere niente diritto alla resistenza, che formalmente viene mantenuto,
però con la clausola del No al terrorismo, che tradotto in italiano vuol dire che viene cancellato, e niente fine dell'occupazione. Quale fine dell'occupazione ci può essere, quando si da esplicito mandato all'ONU,
di trovare il modo giusto per il passaggio dei poteri, con la sola piccola variante (piccola, ma velleitaria)
di esclusione dei paesi, che occupano attualmente?
In parole povere il "movimento" italiano il 20 marzo non sosterrà la resistenza iraqena,
ma "l'occupazione democratica (gestita dall'ONU) dell'Iraq".
Oltretutto portando un significativo sostegno alla campagna elettorale di Rifondazione Comunista e dell'Ulivo.
Perchè poi questo è uno dei fatti rilevanti di questa giornata.
Infatti Bertinotti e riaffonda potranno varare pubblicamente la loro tesi sulla strategia della non-violenza,
che finalmente sancirà il nuovo accordo ulivista, peraltro già battezzato in questi giorni,
con la benedizione di Occhetto e Di Pietro ( quello del "Che ci azzecca?")
E naturalmente tutti i media, a livello mondiale, il 21 Marzo daranno grande risalto alla grande
manifestazione del "movimento italiano", che condanna, come terrorista, la resistenza iraqena.
Bell'aiuto si sarà dato alla resistenza iraqena, e di conseguenza a tutti coloro che nel mondo si oppongono
alla normalizzazione occidental-capitalista!
Ma qualcuno obietterà che proprio per questo bisogna manifestare, per dare voce a chi si oppone
alle tesi lillipuzian-bertinottiane.
Anche questo non ha senso. Innanzitutto c'è da chiarire che questa, formalmente è una manifestazione
del movimento e non di riaffonda, per cui partecipare a questa manifestazione dove RC sarà numericamente maggioritaria, significherà riconoscere che in Italia il movimento no-global (come ci si ostina a chiamarlo)
è quello omogeneizzato dai partiti e gruppi ad essi collegati, cui ci si accoda minoritariamente.
Ma poi che senso ha andare a fare il grillo parlante minoritario in una kermesse elettoralistica,
che oltretutto sancirà formalmente, anche a livello di movimento, che resistenza armata è uguale a terrorismo?

Ma poi da parte nostra ci sono anche dei problemi rispetto al modo di porsi da parte di altri spezzoni
"antagonisti" rispetto al problema della legittimità della resistenza.
In questi spezzoni è risaputo che ci sono varie anime: da quella di alcune correnti di Rifo,
che appoggiano la resistenza iraqena, come avanguardia di una specie di resistenza nazionale,
che fa riferimento a Saddam Hussein, mentre condannano apertamente altre forme di resistenza,
come quella sciita, più legata a fenomeni religiosi, a quella "terzomondista", che appoggia qualsiasi resistenza,
da quella nazionalistica a quella ultrareligiosa, che si opponga all'imperialismo americano,
a quella che pur non appoggiando nessuna di queste forme di resistenza, riconosce la legittimità di tutte e due.
Ora potremmo discutere, volendo, quale di queste posizioni sia la più condivisibile,
ma di fatto ciò non ha alcun senso, in quanto tutte queste posizioni sono di fatto accomunate dal fatto
che riconoscono la legittimità della resistenza, sì in varie forme, ma in ogni caso "ad un palmo dal mio naso".
Invece noi pensiamo che il diritto alla resistenza nei confronti di qualsiasi oppressore, interno o esterno che sia,
debba essere garantito a tutti, in Italia come in Palestina, in Spagna come in Iraq e così via.
Per noi lanciare una campagna per la resistenza iraqena significa quindi lanciare una grande campagna mondiale
contro ogni forma di repressione, da quella delle liste nere a quella delle carceri di tipo F;
da quella della guerra infinita di Bush a quella del 270 bis in Italia; da quella contro lo sterminio russo in Cecenia a quella contro il Plan America, che sta portando a massacri in Colombia.
Potremmo continuare all'infinito, ma ci fermiamo e facciamo una considerazione: a parte la coerente posizione
istituzionale dei lillipuzian-bertinottiani, che considerano terrorismo qualsiasi forma di resistenza, c'è una uguale ma contraria coerenza da parte di chi vorrebbe portare avanti la linea del Forum mondiale?
Secondo noi no! Tutte queste forze sono pronte soltanto a riconoscere la legittimità della resistenza iraqena,
ma per il resto quasi sempre sono abbastanza accodate a Bertinotti nel considerare terrorismo altre forme di resistenza.
Come scordare l'esclusione dai Forum di Porto Alegre non solo di Batasuna, delle FARC e del FPLP,
ma anche delle Madri di Plaza de Mayo ed altre formazioni rappresentative di varie realtà?
Come scordare altri partecipanti alla mani del 20, che mentre manifestano per la resistenza iraqena,
solo pochi mesi fa brindavano al gasamento dei Ceceni da parte di Putin nel teatro di Mosca?
E come scordare che molte di queste formazioni che marceranno il 20, solo 2 anni e mezzo fa
additavano alla repressione chi si era difeso a Genova dalle cacce all'uomo da parte delle forze del dis-ordine,
o che facevano professioni di equidistanza nelle guerre infinite scatenate dal capitalismo occidentale?

E allora questa manifestazione nasce male. Nasce male perchè sono molto pochi quelli che sul serio
vogliono iniziare una forte battaglia di legittimazione della resistenza ai soprusi e alle oppressioni.
E questi pochi sono impossibilitati a portare avanti questo progetto, circondati come sono da opportunisti di tanti tipi.
Probabilmente si poteva fare di più, per evitare questo risultato.
Si poteva fare di più magari programmando questa scadenza con la blindatura preventiva della piattaforma di Mombai. Probabilmente sarebbe stata ridimensionata numericamente, ma avrebbe portato a qualche chiarificazione nel "movimento", sottraendolo, o perlomeno distaccandolo dal giogo istituzionale imposto dalla santa alleanza tra lillipuziani e rifondarol-ulivisti.
Adesso non ha senso partecipare, perchè l'organizzazione di questa sarà gestita pesantemente dai partiti,
che non potranno certo correre "rischi" in una calda fase elettorale.
Il fatto che alla prima assemblea indetta da Rifo sul tema Iraq si siano precipitati addirittura Occhetto e, persino,
Di Pietro, la dice lunga su cosa sarà questa giornata del 20.
Andare a questa manifestazione significa accodarsi, fare numero, a questa kermesse elettorale dell'Ulivo,
che porrà la prima pietra della proposta ulivista sul come uscire dall'impasse iraqena, e cioè il
"ristabilimento della legalità internazionale", in parole povere il reinserimento dell'ONU
ed una divisione "più equa" del grande businness della ricostruzione, con un nuovo inserimento dell'Europa insomma.
Si, poi si potrà anche lanciare slogan per la resistenza iraqena (non di più, per carità), ma saranno slogan che passeranno inosservati nel grande impatto mediatico della presenza compatta di molti sinistri di governo, in marcia
"contro la guerra e contro il terrorismo".

MA NOI NON CI SAREMO!!!

L'Avamposto degli Incompatibili