“Solidarietà con le mobilitazioni popolari in Argentina”

Incontro dibattito con Paula Duscio, 20 febbraio 2002 a Torino. Sintesi
dell’introduzione e delle conclusioni tratta dai miei appunti.(di chi mi ha
mandato la mail n.d.r.)

Quello che sta succedendo in Argentina è una ribellione popolare di massa,
con diversi ceti che partecipano. Non c’è una sola mobilitazione, ma molte
e magari simultanee che si incontrano nei cacerolazos nelle escraches.
I mass-media non dicono la verità.
Le espropriazioni di alimenti sono stare pueblade che protestavano in modo
congiunto e spontaneamente. Ciò è inedito e bisogna fare uno sforzo per non
inserirlo nei vecchi schemi, perché è la prima volta che una mobilitazione
così forte irrompe dal basso e lotta contro lo stato, la politica e le
burocrazie. I politici hanno l’aspetto del nemico perché hanno mentito e la
corruzione è dilagata per proteggere gli interessi delle multinazionali.
Questa fiammata rivoluzionaria ha avuto una lunga gestazione. Dietro un
aspetto di benessere economico e della relativa pace sociale c’è stata una
faccia nascosta fatta di ampi profitti per le imprese e della riforma dello
stato per poter meglio servire a questo scopo. La popolazione argentina è
divenuta così sempre più misera. Muoiono 60 bambini al giorno per fame o
mancanza di cure mediche, 2000 persone al giorno cadono sotto la soglia di
povertà, il 20% della popolazione è disoccupato (dati ufficiali, perciò
probabilmente sottostimati). Ma non tutto può essere letto sotto il profilo
economico, perché ci sono frustrazione, angoscia e paura in una società che
è uscita dalla dittatura militare con l’illusione che la democrazia avrebbe
portato il benessere. Ora un giovane non ha speranze di vivere bene, ha
addirittura difficoltà a immaginare un futuro e un presente degno di essere
vissuto.
Ancora sui saccheggi nei supermercati. Spie di una enorme crisi e
disperazione, ma anche con qualche elemento di barbarie perché
approfittando della disperazione ci sono stati atti di violenza o
vandalismi verso i piccoli commercianti. I saccheggi sono stati
accompagnati da manifestazioni di lavoratori, ad esempio a Cordoba i
lavoratori statali, da oltre un mese in attesa dello stipendio, hanno
incendiato la sede delle istituzioni provinciali e così anche a Buenos Aires.
Il presidente La Rua, la notte del 19 dicembre, sperando che la
gente fosse tranquilla, in un discorso alle televisioni annunciava lo stato
d’assedio sperando di contenere la situazione. Ottenne invece la reazione
opposta, perché la gente (centinaia di migliaia di persone) incominciarono
i cacerolazos contro “l’ordine del silenzio”. Tanti hanno cominciato a
trovarsi nei propri quartieri, la maggior parte confluiva nella Plaza de
Mayo rimanendovi tutta la notte e cantando uno slogan significativo: che
vadano via tutti, che non rimanga nessuno. Esiste una memoria storica di
ciò che significa lo stato d’assedio (dittatura del 1976-1983) che portò
con sé 30.000 desaparecidos e migliaia di prigionieri politici ed esiliati.
La repressione si è servita di poliziotti a cavallo, in moto, con
pallottole di “gomma”, soprattutto contro persone pacifiche, ma usando
anche altri metodi terroristici, sparando indiscriminatamente al cuore e
alla testa delle persone che manifestavano. Questo è un elemento per
riflettere sul carattere degli stati, primi terroristi, e che svela il filo
di sangue che collega la dittatura con la democrazia.
Caduto La Rua, si forma il governo di Rodriguez Saa, con
pochissimo appoggio popolare e nemmeno tutta la borghesia unita a
sostenerlo, promettendo misure drastiche come l’estradizione dei criminali
della dittatura, l’annullamento del debito estero, la punizione dei
violenti. Non dura niente.
Duhalde sale al potere con poco sostegno, ma almeno con quello del
proprio partito e di ampi settori borghesi. La mobilitazione non si è
fermata, ed è importante mettere in risalto il ruolo delle assemblee
popolari. Queste si sono sviluppate come forme di contropotere contro lo
stato e contro la politica. La gente parla e decide di tutto:
disoccupazione, fame, (non)pagamento delle tasse, sicurezza dalla violenza
poliziesca. Domande che un tempo non ci si faceva (serve la polizia? Un
parlamento? Una corte di giustizia?) salgono all’ordine del giorno. Tutto
va contro l’autorganizzazione, sia fuori che dentro il movimento, eclatante
il ruolo deleterio della sinistra che vuole approfittare delle
mobilitazioni per fare i propri interessi, ma anche importante il ruolo
della mentalità comune che s’è formata riempiendosi di disvalori e
ideologia borghese. Non si tratta di fare una distinzione buono/cattivo, ma
di imparare e appoggiarci ai momenti più positivi per poter sviluppare
l’autorganizzazione, sia come autoattività (chi fa, come lo fa) che come
autocoscienza (pensare a ciò che si è fatto e pensare ad un futuro
diverso), ciò presuppone una profonda battaglia culturale.
Tante domande rimangono aperte perché siamo di fronte ad un
processo in cui la gente sta creando. Nelle assemblee c’è realmente una
trasversalità nella società civile, con le classi più povere e quelle medie
che lottano insieme. Il protagonismo è rappresentato dalla composizione
delle assemblee: molte donne, lavoratori, disoccupati, giovani,
giovanissimi, bambini, pensionati. Sono settori diversi che si incontrano e
cominciano a discutere, si incontrano nei propri luoghi di vita, ciò
permette di mettere in discussione il potere dello stato, dei monopoli,
delle banche. Ma si mette in discussione il modo stesso in cui si vive in
questo sistema. La gente, che prima non si era mai conosciuta, comincia a
discutere cambiando la propria vita. C’è una messa in discussione del
lavoro, delle casa, dei divertimenti, della famiglia. Facendo ciò è
cambiata la stessa vita.
Una delle ultime misure prese dal governo è stata il blocco dei
depositi bancari, cioè dei risparmi ma anche dei salari che vengono
accreditati in banca. Ciò si è intrecciato con la svalutazione del peso che
ha dimezzato il valore del denaro. Nello stesso momento uscivano 1.500
milioni di dollari dal paese.
La gente non risponde solo ai problemi economici, ma vede anche la
classe politica come nemica. Porto Alegre ha voltato le spalle agli
argentini, con risposte minimaliste che dicono che questo sistema è
riformabile, una risposta inaccettabile da chi in prima persona subisce gli
effetti della rapina capitalistica. Anche gli argentini stanno dimostrando
che un altro mondo è possibile. La rivoluzione ha messo in crisi lo stato,
i due grandi partiti (radicale e peronista) e i modi di dominio che ci sono
stati in America latina. Dopo le dittature si è pensato di usare la
democrazia, ma questo tentativo è stato sconfitto. Anche le classi
dominanti si stanno chiedendo come continuare il proprio dominio. Duhalde
non ha dato risposte a nessun problema, ha annunciato che porterà a termine
le riforme imposte dal Fondo monetario internazionale e resterà in carica
fino al settembre 2003 (elezioni politiche). Parla di fondare una II
Repubblica, nome eccessivo per la piccola riforma istituzionale che sta
proponendo. Nello stesso momento minaccia un “bagno di sangue” se qualcosa
andasse male (una minaccia ben concreta in Argentina).
Quali sono le prospettive? Queste sono aperte e riguardano lo
sviluppo dell’autorganizzazione. La gente l’ha detto di non volere più
politici e politica. Come si può costruire una società in cui questa non
sia al comando? Questa è ancora un’incognita, un’ipotesi e dipende molto
dal processo in corso che è tutt’altro che lineare, anzi è molto caotico,
pieno di debolezze. C’è una debolezza coscienziale e di esperienza, in
alcune assemblee è rientrata la politica, soprattutto quella di sinistra,
anche rivoluzionaria e trotskista, maggioritarie in Argentina. Hanno
riproposto i meccanismi del potere, proponendo alle assemblee di chiedere
risposte alle istituzioni, cioè l’esatto opposto a ciò che si era
sviluppato precedentemente. Noi crediamo che si possa sviluppare il
protagonismo sociale contro la politica e lo stato. Le assemblee devono
essere assolutamente indipendenti dallo stato e dalle istituzioni. Non ci
possono essere accordi di vertice alle spalle della gente. Perché questa
decida deve essere cosciente, scambiarsi idee, costruire accordi e
disaccordi, una vera, solida base su cui siamo impegnati. Le forze
politiche devono essere al servizio delle assemblee e non viceversa. Non
vogliamo che la gente deleghi, ma che estenda il proprio protagonismo
perché dove hanno fallito le riforme e le lotte sindacali è riuscita la
gente da un giorno all’altro. E’ stato cominciato, possiamo farlo tutti.
Questa è una idea di socialismo opposta ad una visione economicista così
come di presa del potere. Si tratta di una socializzazione integrale,
orizzonte lontano, ma a cui tendiamo.
La dittatura militare ha provato a cambiare la società
profondamente, l’ha terrorizzata, immobilizzata, ha introdotto
l’individualismo più forte, l’omertà. Questi disvalori hanno continuato a
svilupparsi anche nella democrazia, oro sono in crisi e cominciano a
cambiare, inizia a sorgere la solidarietà. Le donne hanno avuto un ruolo
importante, ad esempio durante i saccheggi cercavano di frenare
l’individualismo per socializzare l’esproprio. Due settimane fa c’è stata
una mobilitazione di disoccupati a Buenos Aires, di solito i commercianti
serravano i negozi e la gente si chiudeva in casa, ora invece le persone
escono e applaudono, portando acqua e cibo ai manifestanti. Oggi tutto ciò
è una potenzialità, un germe. Non si può descriverlo analiticamente,
bisogna svilupparlo. Cosa si può fare? Bisogna prioritariamente lasciarsi
sensibilizzare dalle vicende argentine, imparare a vibrare con gli
argentini. Indignarsi per la miseria e lo sfruttamento, ma anche pensare di
cambiare noi la nostra vita e quella di tutto il mondo, cominciano anche da
qui.

QUI FINISCE LA SINTESI SPEDITAMI DA UN COMPAGNO DI
SR


Allora, io anarchico e parte attiva di un gruppo anarchico a Molfetta, mi
sbatto affinchè si riesca a tenere a Molfetta un dibattito con la compagna
Paula appartenente a un'org. argentina "similare" a SR, org. italiana di
origine trotskista. Ovviamente conosco benissimo il dibattito che si è
sviluppato a più riprese in lista su vari aspetti "ideologici"(mi si passi
il termine), trotskismo, leninismo, stalinismo, i rapporti che
sicuramente(anche per me) intercorrono tra queste 3 forme apparentemente
distinte tra di loro ma che se ritorniamo alle origini di queste forme
capiamo che son tutt'altro che distinte tra loro. Vi possono essere
differenze tra le 3 "forme ideologiche" ma sono comunque di second'ordine a
mio parere. Le accomuna tutte il "Primato del Partito" sulla società
intera(terra,animali, natura comprese). E' questo il dato fondamentale ed è
per questo che io stesso, se ne parliamo in termini strettamente
"ideologici", niente ho da spartire con un qualunque organismo che si batta
per un "primato" sul mondo intero.
Ma tempo fa, non molto, ebbi modo di dire su una mail che troppe cose sono
cambiate nei fatti dalla Rivoluzione d'Ottobre ad oggi, le stesse org. che
si rifanno a modelli "ideologici" standard che a volte hanno un'origine
comune, vedi i CARC e SR, hanno ormai una prassi concreta che è
completamente diversa a seconda dell'organizzazione. E' molto facile
notarlo proprio a partire dai CARC e SR. Conoscete tutti i comunicati e lo
stile dei CARC, che dal trotskismo hanno origine, con il loro linguaggio
tardo-leninista e la loro prassi esplicitamente tesa all'"egemonia", che
del resto i CARC rivendicano come un fiore all'occhiello. Loro sono
leninisti DOC. Ma che differenza passa tra un leninista DOC, un trotskista
DOC e uno stalinista DOC? Praticamente nessuna che sia effetivamente
rilevante.
Il problema sorge quando si ha a che fare(io come anarchico ma spero non
solo io) con chi DOC non è e non pretende di esserlo. E qui mi rifaccio
all'intervento della compagna Paula a Torino.
Vi sembra impregnato di qualcosa di DOC? Vi sembra che Paula ambisca
all'"egemonia" per la sua organizzazione? Leggetelo bene l'intervento, vi
sono passaggi in cui si parla di anti-politica. In cui si dice che
finalmente non bisogna chiedere più niente a nessuno, tantomeno alle
istituzioni, ma bisogna soltanto "prendere" ciò che non abbiamo mai avuto,
non il potere ma la soddisfazione dei nostri bisogni. Vi è una critica
esplicita ai metodi di altre org. di estrema sinistra, lei dice anche
trotskisti, che tendono a far rientrare dalla finestra ciò che è stato
cacciato dalla porta e cioè "la politica".

Per me questa è una prova che bisogna sempre sforzarsi di capire con chi si
ha a che fare, senza soffermarsi maniacalmente all'origine "ideologica".
Molto meglio soffermarsi su ciò che si è ora e su quella che è la prassi
concreta e anche gli obiettivi finali(se è lecito parlare di obiettivi
finali, ma in realtà è un eufemismo perchè non c'è niente di "finale").
Queste cose si possono notare tutte dall'intervento di Paula che, devo
dire, mi è piaciuto parecchio(con la speranza che la sintesi rispecchi
pienamente ciò che ha detto, ma io ci credo).

IO, ANARCHICO NON INTEGRALISTA

Mickscopa