L'antifascismo militante non si arresta, non si processa e non si scomunica
"Parigi sì, Milano no"
Liberazione, 12 marzo 2006
25 compagne e compagni da quasi tre mesi sequestrati dallo Stato. Una situazione surreale, se non fosse in continuità con l'infamia della politica repressiva che negli ultimi anni ha incessantemente bersagliato chi non accetta di ridursi a spettatore passivo della putredine capitalista.
25 compagne e compagni che continuano a pagare la mobilitazione dell'11 marzo, punto di arrivo ed espressione di un importante percorso autorganizzato e determinato dei giorni precedenti.
Non giova a nessuno rievocare l'approssimazione e l'inesperienza di piazza che ha portato all'arresto delle compagne e dei compagni, oggetto dalla necessaria autocritica che i vari collettivi e individui hanno espresso nelle settimane successive; è importante, invece, ricordare con orgoglio quel percorso di costruzione della giornata di lotta antifascista militante, che ribadì l'urgenza e la necessità di una ferma e compatta risposta al dilagare delle violenze e alla conquista di spazi di visibilità e agibilità politica da parte delle più becere canaglie fasciste; un percorso autonomo, rispettoso delle differenze e poco interessato a dicotomie su violenza - nonviolenza, e per questo a volte poco compreso, altre decisamente contrastato e infamato dai più diversi rappresentanti del movimento paraistituzionale italiano e milanese.
Duole notare che la ricchezza e le potenzialità di quel percorso, decisamente Antifa e autorganizzato, abbia trovato così poche possibilità di svilupparsi e rafforzarsi a livello locale e nazionale.
Da un lato si è affievolito quel sano spirito di radicale antifascismo espresso in quel mese; è vero, l'antifascismo non può esaurire in sé il lavoro quotidiano delle esperienze antagoniste. Bene hanno fatto i promotori della manifestazione del 17 giugno a ribadire i caratteri antiautoritari della pratica antifascista, per contrastare i connotati razzisti, sessisti, proibizionisti e omofobici della demenza destrorsa. Vanno però allo stesso tempo sottolineati i connotati classisti del diffuso autoritarismo, in particolare tramite i rapporti gerarchici nel variegato mondo della precarietà, strisciante, palese o sfacciata che sia, senza dimenticare la politica contro le immigrate e gli immigrati; precariato e chiusura delle frontiere (CPT), espressioni di politiche difficilmente risolvibile nella distinzione destra\sinistra, come ben approfondito dall'appello di OLGa.
Questo discorso ci porta a un'altra considerazione; oltre il modello Albertini\Moratti, "l'Italia, ed in particolare Milano, (.)laboratorio politico per la destra istituzionale ed estrema", parliamo del modello Veltroni, e di quello gemello Cofferati (certamente non meno reazionario sul concetto di "legalità"). La giunta romana è la responsabile del restringimento degli spazi sindacali autonomi, degli sgomberi dei migranti, dell'ossessione securitaria, dei sei (6!) spazi occupati dai non conformi fascisti capitolini. Espressioni anche della debolezza antagonista e rivoluzionaria, ma certo non frutto di una politica cittadina "aperta". Di più essa è sostenuta da un blocco di potere economico che è somministratore delle forme più estreme di precarietà: si pensi ad Alberto Tripi, padrone di Atesia e intimo di Veltroni o alle cooperative sociali, "rosse" o "bianche", che siano.
Limitarsi a sottolineare la specificità del modello comunale milanese, significa sì avvicinare le opportunistiche opposizioni istituzionali locali, ma anche rendere difficile la comunicazione e il confronto a livello nazionale fra le realtà più affini.
Non si tratta dell'elogio dell'isolamento, tutt'altro; non si esce dall'angolo in cui siamo e, soprattutto, non si fanno uscire le compagne e i compagni in galera a colpi di tardivi e sospetti articoli dell'organo di disinformazione dei seguaci della terza carica dello Stato o salendo su carrozzoni di nani e saltimbanchi, più di quanto non contino percorsi autonomi, antiautoritari, autorganizzati e il quotidiano lavoro sociale e sindacale antifascista e anticapitalista. Ma questi utimi sono i SOLI percorsi che possano interessare in prospettiva Antifa, gli unici collegati alla tradizione europea dell'antifascismo militante, gli unici itinerari, che, seppure chissà quanto frammentari e discontinui, possano dare senso ai nostri salti nel buio, ai nostri errori e ai nostri sacrifici.
Quei sacrifici che hanno portato centinaia di militanti rivoluzionari, antagonisti, anarchici e comunisti a vivere tutti i giorni nella segregazione carceraria, fatta anche detenzione dura (41 bis) e dai reati associativi (art. 270), figli, non dimentichiamo, del regime fascista (codice Rocco).
Sia ben chiaro, lungi da noi qualsiasi desiderio di divisione, si tratta di contributi critici per la discussione di compagne e compagni, nella speranza che i giorni che precederanno e lo stesso 17 giugno possano essere l'occasione per creare o per rinsaldare solidarietà, pratica e teoria antifascista autonoma.
Né delegare, né compromettere il nostro antifascismo.
Il 17 giugno tutte e tutti a Milano
Libere Tutte
Liberi Tutti
Compagne e Compagni dell'assemblea del 27 maggio 2006
presso L. R. O. Gatto Selvaggio
Roma