Un
tema di cui non ci si può disinteressare, pur senza caricarlo di eccessive
urgenze, è quello dell’antifascismo, problema non certo illusorio, ma che è
necessario ricondurre al suo reale peso e ruolo.
Il
fascismo è una forma di governo della borghesia relativa ad una precisa fase
storica.In un’epoca in cui l’imperialismo era agli albori, e lo scontro tra
borghesia e proletariato si dava essenzialmente all’interno dei confini
nazionali,il fascismo è stato la forma resistenziale ( ma economicamente poco
produttiva ) con cui le borghesie nazionali si sono difese dalle offensive
proletarie. Nell’attuale fase la borghesia imperialista utilizza altre forme di
governo, anche se va fatto notare come ampie frazioni di essa, nella fase della
crisi, e quindi della guerra, adottino sempre più misure e strumenti
caratteristici del fascismo. Basti pensare ai Neocon americani, con i loro
rastrellamenti di stranieri ed oppositori, il controllo esasperato, il
nazionalismo altrettanto esasperato, i campi di concentramento, le
deportazioni, il tutto in nome della difesa della civiltà.
Non
ci troviamo quindi, oggi, a dover fronteggiare il rischio di una dittatura
fascista, ma piuttosto la “fascistizzazione” dello stato, ovvero la “democrazia
di guerra”.
Oltre
a questo, esistono da sempre forme residuali del fascismo vero e proprio, pur
fra mille riadeguamenti, revisioni e camuffamenti. Queste sacche cambiano ruolo
ed importanza a seconda della fase. Non è infrequente un loro utilizzo come
manovalanza antiproletaria, squadristi e truppe d’assalto funzionali alla
repressione dei tentativi organizzativi del proletariato.
Ma
esiste anche un utilizzo politico delle frange neofasciste. La “permissività”
ed “impunità” (posto che ai comunisti non interessa affatto cercare nei loro
confronti la repressione da parte dello Stato) di cui godono tranne in certi
momenti, serve a farli imbaldanzire in modo da sviare l’attenzione di ampi
settori della classe o del “movimento” su questo tema piuttosto che
sull’individuazione di ben più importanti nemici del proletariato.
Oltretutto,
spesso cercano di porsi come riferimenti per la classe, soprattutto nei momenti
di crisi economica, e di minore presenza ed incisività dei comunisti negli
ambiti sociali. Mentre da un lato alcuni di essi, fascisti dichiarati o meno
(Lega Nord), ravvivano il fuoco del nazionalismo con campagne xenofobe tese a
dividere i proletari italiani dai loro compagni immigrati, dall’altro in
maniera sempre più frequente muovono all’infiltrazione nei quartieri e negli
ambiti popolari sventolando stendardi populisti, facendo leva sul bisogno della
casa (campagna sul mutuo sociale) proponendo soluzioni borghesi quali il
diritto alla proprietà privata, o sulla necessità di aggregazione e di trovare
punti di riferimento politici, creando centri sociali e circoli nei quartieri,
o quasi monopolizzando ambienti come le curve del tifo calcistico.
Grazie
a questo tipo di politica le formazioni fasciste riescono ad ottenere
momentanei successi, vampate elettorali (negli anni ’90 la Lega Nord in Italia,
come poco dopo Haider in Austria o come oggi i neonazisti in Germania).
Se
fino agli anni ’70 il loro utilizzo serviva a fronteggiare il montare delle
lotte operaie (stragi, squadrismo e gruppi armati), ai giorni nostri, rispettando
quella che è la pratica della borghesia imperialista di prevenire il risveglio
della classe, questo ruolo politico e militare dei fascisti ha una funzione
preventiva, serve cioè a togliere terreno all’iniziativa rivoluzionaria dei
comunisti ed a sviarne ampi settori su terreni secondari.
In
questo senso, va sottolineato il cambiamento della loro posizione in
corrispondenza del cambio di governo verificatosi recentemente. Se prima erano
fedeli alleati di una coalizione di forze di governo ultra-reazionarie, ovvero
sguinzagliati come lanzichenecchi contro i nemici progressisti in genere,
meglio se radicali, con l’attuale governo, certo non meno reazionario, ma
bisognoso di ben altra faccia, essi passano ad essere tollerati come carne da
faida, cioè con lo scopo di attirare i settori più giovani della classe in una
guerra per bande, distogliendoli dal convergere sugli interessi dei lavoratori
e fra l’altro consegnandoli nelle grinfie della repressione.
Non
si può dire che il gioco di questo governo non sia chiaro in proposito. Già dai
tempi dei socialisti di Craxi si era iniziato un lavoro di revisione storica
della Resistenza, tirando a fare ciò che oggi i D’Alema, Napolitano e
Bertinotti fanno, cioè riabilitare i “ragazzotti” di Salò, dipingere la guerra
di Resistenza come una necessità dolorosa da ricomporre nel patto sociale, e
comunque da ricondurre ad un quadro assolutamente interclassista e
spoliticizzato. A questo servono ad esempio gesti eclatanti come l’abbraccio
tra Fini e Bertinotti alla festa di Azione Giovani, in un momento come quello
attuale denso di aggressioni fasciste.
Di
fronte a questo, assistiamo ad un disinteresse sostanziale, ma non assoluto
(minaccia di serrata a Sesto San Giovani in caso di autorizzazione del corteo
di Forza Nuova, cacciata di un comizio fascista ad opera dei proletari di
Sestri Ponente), da parte della classe. Va fatto notare come non si possa
d’altra parte dire che questo sia un momento che vede fervere fra i proletari
il desiderio di lottare, e comunque questo problema riconduce a quello che è
l’unico rimedio all’espansione delle bande fasciste.
Il
neofascismo diventa emergenza quando viene meno la lettura classista del
fenomeno e non si opera quella saldatura indispensabile tra l’opposizione
politico-sociale e la classe operaia.
Soprattutto,
questi trovano terreno quando siamo noi a lasciar loro libero il campo. I
comunisti, in questo senso, devono riprendere
in mano la lotta contro lo stato borghese in tutte le sue forme, e
l’antifascismo è parte integrante della loro lotta contro il sistema
capitalista.
In
un momento come questo, la principale forma di antifascismo militante da
praticare è quella di rilanciare la nostra presenza e la nostra attività in
ogni ambito proletario, dal posto di lavoro al quartiere, portando avanti
parole d’ordine rispondenti ai veri interessi, immediati ma anche e soprattutto
generali, del proletariato; riproponendo forme di aggregazione ed
organizzazione rivolte a combattere la borghesia imperialista e la sua politica
di guerra, di qualunque colore essa la voglia verniciare. Bisogna combattere le
forme ideologiche e demagogiche del fascismo, nella forma di nazionalismo, di
rivendicazioni a carattere borghese anziché proletario, smascherando il loro
ruolo e facendo sì che siano gli stessi proletari a cacciarli dai quartieri e
posti di lavoro.
Infine,
bisogna porre attenzione anche ai settori più giovani della classe, trovare un
canale di dialogo e dibattito per fare in modo che non continuino a cadere in
trappole politiche, militari e repressive, ma si schierino anch’essi sul
terreno principale della lotta di classe.