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NOTA DEGLI AUTORI

Questa controinchiesta — condotta da un gruppo di militanti della

sinistra extra-parlamentare e iniziata nel periodo in cui, con il pre-

testo degli attentati del 12 dicembre, si scatenava la caccia all'«estre-

mista di sinistra» — non nasce da esigenze di legittima difesa: per

denunciare «le disfunzioni dello stato democratico» o «la violazione

dei diritti costituzionali dei cittadini». Sappiamo che questi diritti,

quando esistono, sono riservati esclusivamente a chi accetta le regole

del gioco imposto dai padroni: l'unanimismo dei servi o l'opposi-

zione istituzionale dei falsi rivoluzionari. Per noi, «giustizia di

classe» e «violenza di stato» non sono definizioni astratte o slogans

propagandistici, ma giudizi acquisiti con l'esperienza: gli operai, i

contadini, gli studenti, li verificano ogni giorno nelle fabbriche,

nelle campagne, nelle scuole, nelle piazze, e non soltanto nelle «situa-

zioni di emergenza». La repressione preferiamo chiamarla rappre-

saglia. Essa rappresenta un parametro di incidenza rivoluzionaria:

sappiamo che il sistema colpisce con tanta più virulenza quanto

più i modi e gli obiettivi della lotta sono giusti, e che l'unica, vera,

amnistia che conti, sarà promulgata il giorno in cui lo stato borghese

verrà abbattuto.

Per questo non ci stupisce né ci indigna il ricorso dei padroni

alla strage e la trasformazione di 16 cadaveri in formula di governo;

né che l'apparato né copra le responsabilità con l'assassinio e con

l’incarcerazione di innocenti. Lasciamo ai «democratici» il com-

pito di scandalizzarsi, di chiedere accertamenti e indagini parlamen-

tari, di gridare; «Questo non deve accadere! Qui non siamo in Cam-

bogia!» come se esistessero tanti imperialismi anziché uno solo, come

se i sistemi che esso usa abitualmente in Asia, Africa, America La-

tina o in Medio Oriente, fossero privilegio esclusivo dei popoli di

colore o sottosviluppati: inammissìbili per un «paese di alta civiltà»,

come il nostro. Fin dall'inizio eravamo coscienti che non avremmo

potuto fornire agli altri militanti molto di più di quanto essi già sape-

vano sulle responsabilità dirette e indirette che stanno dietro la

strage di Milano.

Prima ancora che i giornali progressisti definissero «oscuro

suicidio» la morte di Giuseppe Pinelli, sui volantini alle fabbriche e all'Università, sui giornali rivoluzionari e sui muri delle città ita-

liane, i colpevoli venivano indicati con nome e cognome. Quando i

deputati della sinistra ufficiale denunciavano «l'oscura manovra

reazionaria» rivolgendo appelli di unità antifascista a quegli Stessi

settori politici che di questa manovra, nient'affatto oscura, erano i

gestori e i portavoce ufficiali, migliaia di militanti si scontravano in

piazza con la polizia gridando esplicitamente i risultati della loro

analisi di classe. Il "significato di questa contro-inchiesta, quindi, è

quello di offrire ai compagni un modesto strumento di lavoro per

l'approfondimento e la diffusione a livello popolare dell'analisi sullo

stato borghese; perché, come ha detto Lenin prima di Gramsci, la

verità è rivoluzionaria. Siamo convinti, nello stesso tempo, che essa

fornisca la dimostrazione di quanto e meglio avrebbero potuto fare

— se solo lo avessero voluto — le forze della sinistra istituzionale

politiche e sindacali. Le quali però non hanno voluto perché il

farlo significava dimostrare che dietro le bombe di Milano e di

Roma, dietro la morte di Giuseppe Pinelli, esistono complicità che

non lasciano spazi riformistici.

L'abbiamo dedicata a due compagni: Giuseppe Pinelli e Ottorino

Pesce.

II primo, un operaio, è rimasto ucciso per predisposizione storica

come i suoi compagni che quasi ogni giorno muoiono nei cantieri e

nelle fabbriche dei padroni; il secondo giacché aveva scelto di met-

tersi dalla parte degli sfruttati anziché degli sfruttatori, pretendendo

di rifiutare il ruolo sociale che gli era stato assegnato. Lo ha fatto

dichiarando — proprio quando la sinistra ufficiale assisteva pressoc-

chè impassibile alla caccia all'«anarchico» e al «maoista» — che la

giustizia italiana è una giustizia di classe: la stampa "indipendente"

lo ha linciato, i magistrati «progressisti» Io hanno invitato alla

prudenza e al tatticismo. È morto d'infarto il 6 gennaio 1970.

 

Un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare

13 dicembre 1969-13 maggio 1970