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Americanismo
del Prof. Marco TarchiSI RINGRAZIA PER LA GENTILE
CONCESSIONE DEL PRESENTE ARTICOLO IL PROF.MARCO TARCHI, IL
QUALE PERO' RISULTA TOTALMENTE ESTRANEO AL NOSTRO PROGETTO
POLITICO...SONO AVVISATI I GHOSTBUSTERS!
A PROPOSITO DI
PREGIUDIZI
"Quello che mi ha sempre irritato […] è il
perenne bambinismo, l’ingenuità degli americani. Pensano che
tutti siano come loro, non concepiscono come legittime teste
diverse dalle loro, mondi non uguali al loro. […] Gli
americani non imparano mai nulla, anche ai più alti livelli
esprimono un’incultura disperante, per cui credono che tutti
siano simili a loro. Che il mondo insomma sia popolato di
americani perfetti, loro, e di americani imperfetti, tutti gli
altri, ma che comunque si possono intendere. In tutti gli anni
che ho vissuto in America, questa è stata la mia esperienza
costante. E anche la causa delle loro costanti sconfitte in
politica estera".
Chi può aver pronunciato parole così
ruvide sulla mentalità diffusa nella popolazione che abita il
paese più forte militarmente, più ricco economicamente, più
influente politicamente e più progredito tecnologicamente del
mondo? C’è da scommettere che almeno nove su dieci fra coloro
che hanno letto le righe che precedono si stanno ponendo un
solo interrogativo prima di rispondere: la prosa citata
appartiene a un intellettuale della sinistra radicale o a un
suo omologo di destra? A un redattore di "Le Monde
diplomatique" o a un esponente della Nouvelle Droite di Alain
de Benoist? Nell’incertezza, a qualcuno verrà la tentazione di
cavarsela con un’ipotesi generica, del tipo: da qualunque
parte vengano, sono idee che possono espresse soltanto da un
antiamericano, uno dei tanti affetti da quel deplorevole vezzo
ideologico che consiste nell’attribuire agli Stati Uniti
d’America tutte le nefandezze della nostra epoca e nel farli
di continuo sedere sul banco degli imputati per invidia,
rancore, nostalgia o, comunque, per voluta incomprensione del
loro ruolo di difensori della pace, della sicurezza e della
prosperità dell’Occidente.
Chi la pensa così, prenda
nota che ad emettere i giudizi riportati in apertura è stato
Giovanni Sartori, insigne scienziato politico, liberale a
pieni carati, da oltre un quarto di secolo di casa più a
Central Park che nel natio Oltrarno fiorentino,
nell’intervista rilasciata a Ranieri Polese del "Corriere
della Sera" sabato 10 novembre 2001, pubblicata sullo sfondo
fotografico di un bandierone stars and stripes, nel contesto
della campagna di supporto agli Usa avviata dal quotidiano
milanese dopo gli attacchi subiti l’11 settembre. A quanto
pare, la realtà è spesso più complessa dell’idea che ci se ne
fa, e qualche argomento "antiamericano" può sfuggire di bocca
anche a personaggi insospettabili, che, semplicemente, non
temono di sfidare i tabù quando li reputano
infondati.
Questa verità elementare è di difficile
comprensione per tutti quegli osservatori, analisti e
commentatori – numerosissimi – che da tempo, ma soprattutto
negli ultimi mesi, si stracciano le vesti e gridano al delitto
di lesa maestà ogniqualvolta compare all’orizzonte un giudizio
negativo che abbia ad oggetto gli Stati Uniti d’America, la
loro politica, il loro governo, la loro cultura e, peggio che
mai, gli stereotipi comportamentali dei loro abitanti, meglio
individuati con l’espressione american way of life. Per tutti
costoro, ogni presa di posizione che vada in questa direzione
è riflesso di un "pregiudizio", preannuncio di sventurate
inclinazioni totalitarie, indizio di oscurantismo
antimoderno.
Ora, a prescindere dal fatto che il
termine "pregiudizio" andrebbe bandito da qualunque dibattito
sensato e civile perché da tempo è passato a significare
soltanto le idee di un interlocutore con cui non si è
d’accordo – i suoi sono pregiudizi, i nostri, invece, giudizi:
né più, né meno –, se ci si ostina a servirsi di questa
parola, è difficile non accorgersi che in materia di Stati
Uniti (o, come si usa dire, annettendo un intero continente
allo stato più potente che ne fa parte, di America) di
pregiudizi ne circolano, in Italia, in Europa e nell’intero
spazio geografico della cosiddetta civiltà occidentale, almeno
due, uno sfavorevole ed uno favorevole. E che il secondo è di
gran lunga più diffuso del primo. Certo, del pregiudizio
filoamericano si parla assai di meno, perché i circuiti della
comunicazione di massa, essendone il veicolo privilegiato,
tendono sistematicamente a darlo per scontato, a
interiorizzarlo e a rifletterlo senza alcuna
problematizzazione; ma ciò non cambia la realtà dei fatti:
l’americanismo si propaga nel mondo a un ritmo assai più
rapido dell’antiamericanismo. E, dato che dovrebbe inquietare
chiunque abbia a cuore le sorti del pluralismo democratico,
gli anticorpi che secerne sono neutralizzati da una
demonizzazione massmediale che li annega nel conformismo e
nella mancanza di senso critico.
UN ATTEGGIAMENTO
MENTALE
Ciò accade perché, prima di essere un’istanza
politica o culturale, l’americanismo si presenta sotto forma
di atteggiamento mentale, di inclinazione psicologica forgiata
dall’interpretazione prevalente di certi eventi nel contesto
sociale occidentale e, soprattutto, dai meccanismi imitativi
che fondano il consenso nelle società di massa.
L’americanofilia acritica è infatti ormai diventata la
sindrome costitutiva del modo di pensare della "gente comune"
in argomento.
Chi nega questo dato di fatto impiega
quasi sempre argomenti ideologici, incapaci di resistere ad un
riscontro empirico. Così fanno, ad esempio, quella netta
maggioranza di componenti dell’establishment intellettuale che
dopo l’11 settembre vedono – e denunciano – accessi di
anti-americanismo dappertutto e si affannano a sostenere che
si tratta di un fenomeno in continua crescita. Non ci vuol
molto a dimostrare che le cose non stanno affatto
così.
Partiamo dal piano internazionale. Non solo alla
fine degli anni Ottanta è venuto a mancare il più forte
bastione della critica e dell’opposizione al ruolo egemonico
degli Usa nel mondo, cioè la costellazione dei paesi retti da
regimi comunisti satellizzati dall’Unione sovietica; c’è da
aggiungere che i governi che si sono insediati nell’Est Europa
agli Usa hanno spalancato mercati economici e culturali,
offerto basi, spazi aerei e alleanze militari, garantito
fedeltà, richiesto investimenti, favorendo un’ondata di
americanofilia popolare dettata dalla voglia di rivalsa sulle
parole d’ordine imposte in passato. L’unico paese refrattario
a questa tendenza, la Jugoslavia di Milosevic, ha pagato la
testardaggine a suon di bombe e distruzioni in quella che
resta l’unica guerra europea dopo il 1945, è stato umiliato
davanti a un Tribunale internazionale ideato e gestito dai
suoi nemici ed è stato costretto ad allinearsi.
Le cose
non sono andate diversamente ad altre latitudini. In America
Latina, ogni velleità di terzaforzismo è affondata, con
l’eccezione precaria del Venezuela di Hugo Chavez che è già
minacciato da aspiranti golpisti "buoni" benedetti dal
Pentagono, e la metamorfosi iperliberista del peronismo sotto
la guida di Menem ha dato sanzione formale alla resa. La
resistenza di Cuba è ormai poco più che folklore da attrattiva
turistica per rivoluzionari in pensione. Nel mondo arabo, da
cui proviene il pericolo fondamentalista enfatizzato dai
teorici dell’inevitabile scontro di civiltà, la guerra del
Golfo ha messo sulla difensiva, prostrandolo in attesa della
prossima ulteriore punizione, l’Iraq di Saddam Hussein, ha
allineato ai voleri di Washington sauditi ed emiri e ha
isolato Libia e Siria. In Asia, l’Iran è passato dagli anatemi
e dalle ostilità di Khomeyni verso il "grande Satana" ai mezzi
sorrisi di Khatami; il pericoloso Pakistan è stato agganciato
al carro grazie al pugno di ferro di uno dei tanti dittatori
di cui la Cia si serve al momento giusto; l’India non dà segni
di ostilità; l’Afghanistan ha adesso al vertice un consulente
dell’Unocal, guardacaso proprio la ditta californiana che da
anni prepara il locale gasdotto di vitale importanza per gli
Usa. E anche la Turchia e l’Algeria sono state riportate sotto
controllo geopolitico dopo che i loro imprevidenti elettorati
le avevano affidate a governi eletti sì con ampio consenso
popolare ma rei o sospetti di integralismo islamico. L’Africa,
almeno per ora, non fa gioco, ma è difficile vedere in Mandela
un nemico degli Usa, e della categoria dei fomentatori di
rivoluzioni marxiste di cui egli era un tempo esponente si è
quasi persa traccia; i pochi che restano si sono imborghesiti
e con i nordamericani fanno affari, non guerriglie. Senza
contare che, se ci sono interessi economici consistenti a
repentaglio in qualche zona del Continente nero, un intervento
militare diretto di Washington è tutt’altro che da escludere,
come il caso congolese di Kabila ha insegnato. Si profila, è
vero, la Cina come rivale potenziale non da poco: ma chi
potrebbe seriamente sostenere che lì l’antiamericanismo è
cresciuto negli ultimi anni? Non certo i proprietari di Pizza
Hut, della Pepsi Cola o delle tante altre società a capitale
statunitense che a Pechino hanno impinguato i bilanci. E se si
eccettua l’ovvia reazione alla bombe che devastarono
l’ambasciata cinese a Belgrado, forse non per caso, di
pubbliche manifestazioni di ribellione all’egemonia americana,
nell’ex Celeste Impero non si è vista l’ombra. Restano poi gli
"stati-canaglia", dalla Somalia allo Yemen, ottimi per fornire
al gendarme planetario pretesti utili a svuotare gli arsenali,
rilanciare il ruolo trainante dell’industria bellica,
sperimentare i prodotti più recenti della tecnologia militare
e mostrare muscoli e bandiera con consenso unanime degli
alleati. Sarebbe questa la ripulsa della potenza Usa che,
secondo gli intellettuali occidentalisti, starebbe
dispiegandosi con crescente intensità nel mondo? La tesi
non ha del resto fondamento neppure se la si esamina partendo
da altri punti di osservazione. Per rimanere sul terreno
internazionale, la minaccia del terrorismo islamico – che
qualche zelante costruttore di pubblica opinione, come Walter
Laqueur, si è già affrettato a battezzare "fascismo verde"
(etichetta già disponibile anche nella versione "nazismo", che
è più trendy) – non ha attivato, malgrado le allarmistiche ed
interessate previsioni, alcun movimento di massa a proprio
favore nel Terzo mondo, paesi arabi inclusi. Presso le plebi
di fede musulmana, ed ancor più nei ceti medi dei paesi che le
albergano, l’America del successo e del consumo, di Hollywood,
dei loghi delle multinazionali del consumo e del (poco) denaro
da esse elargito per ripagare le ore di lavoro minorile e così
sfamare bocche bisognose, suscita una dose di rassegnazione,
se non di simpatia, capace quantomeno di pareggiare l’ira
sollevata dall’America dei bombardamenti a tappeto su Baghdad
o Kandahar. Fa eccezione l’esasperata popolazione palestinese,
ma anche in questo caso è tutt’altro che improbabile che, se
Bush un giorno decidesse di ritirare il sostegno
incondizionato a Sharon e si adoperasse per far nascere un
vero, ancorché minuscolo, stato palestinese indipendente e
autosufficiente, le stesse torme di donne e bambini scese in
piazza a Ramallah ad urlare la propria gioia all’annuncio del
crollo delle Twin Towers ci ritornerebbero per festeggiare il
dietrofront dell’ex nemico e sventolarne il
vessillo.
Se lo sguardo si sposta alle opinioni
pubbliche nazionali dei paesi europei, e dell’Italia, il
panorama non muta. Anzi. I patiti dell’american dream, che
vedono nel movimento antiglobalizzazione l’avanguardia di una
nuova crociata contro gli Usa, o esagerano per partito preso
oppure hanno cattiva memoria. Chi ricorda i furori degli anni
Sessanta e Settanta sa quanto livore antiamericano promanasse
dai cortei che sfilavano di continuo per strade e piazze
denunciando la guerra del Vietnam, esaltando la rivoluzione
culturale maoista o i movimenti di liberazione nazionale
ispirati al castrismo. Dietro quegli sfoghi moltitudinari,
estesi a moltissimi paesi e certo non meno numericamente
consistenti delle manifestazioni no global, non c’era soltanto
spontaneismo. C’era anche il consenso, molto spesso espresso
sotto forma di sostegno organizzato, di forze politiche e
sindacali importanti, che rappresentavano cospicue fette di
elettorato. C’erano le petizioni irte di firme dei grandi nomi
dell’intelligencija progressista delle più varie nazionalità,
spesso in posizione dominante nelle università, nella stampa,
nell’editoria, nel cinema, nel teatro. Di quel clima, di
quella forza d’urto, nel presunto antiamericanismo odierno
della generazione di Seattle non restano che
residui.
Il grosso delle forze politiche un tempo
sovversive e antisistemiche, pronte a scagliarsi contro le
politiche di Washington ad ogni occasione propizia, si è
dileguato o convertito alle idee che invitava a combattere.
Una nutrita componente delle classi dirigenti della sinistra
di ascendenza comunista oggi rivaleggia nel prendere le
distanze dalle "ingenuità" giovanili e nell’atteggiarsi a
partner credibile di un atlantismo rinnovato, irrobustito e
sempre più dipendente dagli interessi geostrategici americani.
Gli Joshka Fisher, gli Adriano Sofri e centinaia di altri ex
contestatori folgorati sulla via di Damasco testimoniano che
questa tendenza non risparmia chi aveva scavalcato i
comunisti, decenni addietro, sul versante della radicalità e
dell’estremismo. Gli eredi del fascismo si sono proiettati
ancora più avanti e hanno ormai inserito l’America di Bush
nella lista dei nuovi modelli con cui sostituire il guardaroba
anni Trenta, andato finalmente in disuso. Quanto ai nuovi
populisti, oscillano fra l’ammirazione incondizionata per gli
States – illustrata dallo Jörg Haider che esibisce nel suo
ufficio lo stemma della California e da tanti altri suoi
imitatori orfani di Reagan – e complicate forme di odio/amore,
esemplificate dagli andirivieni di Bossi, Le Pen, Mégret tra
le denunce del "mondialismo" e le professioni di fede
atlantista.
Se si passa ad esaminare l’atteggiamento
delle altre famiglie politiche, il discorso non varia. I
socialisti italiani non sembrano esattamente gli eredi del
Craxi di Sigonella, che all’arroganza americana oppose il
piglio deciso dell’autonomia di giudizio e di azione: non si
ricorda una sola occasione in cui, negli ultimi dieci anni,
abbiano messo in dubbio la bontà delle scelte statunitensi
nemmeno quando cozzavano contro la linea del loro storico
leader – a cominciare dalle vicende mediorientali. Quelli
degli altri paesi, se si esula da Chevènement, si limitano a
sperare in un nuovo Clinton che li tolga dall’imbarazzo di
dover sorridere ad ogni incontro a un personaggio come George
W. Bush, che è la smentita vivente di tutte le loro ragioni e
aspirazioni. I partiti di matrice cattolica, sebbene alcuni
commentatori ritengano la loro cultura un veicolo di forte
critica allo stile di vita americano, o forse proprio per
questo, rivaleggiano nell’adeguarsi all’andazzo generale, e a
toglierli dalle peste c’è sempre pronto un Galli della Loggia
che, ribaltando decenni di accorate perorazioni contro il
materialismo consumista celebrato nel "regno di Mammona",
battezza gli Stati Uniti "paese più cristiano del mondo",
facendolo per giunta dalle colonne del quotidiano episcopale
"Avvenire". Dei liberali di vecchio e nuovo conio, a questo
proposito non mette nemmeno conto parlare: da sempre, per
loro, sull’altra sponda dell’Atlantico splende il modello
ideale, un’utopia su cui soffia giorno e notte il vento
benefico dei Federalist Papers, garrisce il vessillo di tutte
le libertà e brillano le stelle dell’Individuo, del Mercato,
dell’Utilità, della Razionalità calcolante. Come questi grandi
principi siano stati tradotti in pratica, e con quali costi
sociali e culturali, a partire dal genocidio delle popolazioni
indigene, non li ha mai granché interessati.
Se dunque
resta ancora qualcuno che maledice l’America come Impero del
Male, magari scagliando i suoi slogans in cortei affollati di
simboli del Nemico indossati incoscientemente su jeans,
t-shirts e berretti da baseball, è in sparuta compagnia. E per
giunta è posseduto dal morbo di cui denuncia l’infezione,
giacché "Impero del Male" è un’espressione a pieno diritto
yankee: la coniò Ronald Reagan per prendere di mira l’Urss e
reca in sé tutta quella carica di integralismo,
fondamentalismo pseudo-religioso e scarso senso della misura
di cui la cultura nordamericana è, per molti versi,
impregnata.
Americanismi per tutti i
gusti
Ovviamente, la capacità del pregiudizio
filoamericano di propagarsi a macchia d’olio all’interno della
mentalità collettiva è strettamente legata alla sua
elasticità, che gli consente di assumere forme assai diverse a
seconda della platea a cui i suoi sostenitori si rivolgono.
C’è un americanismo "di destra", uno "di sinistra", uno
ideologicamente neutrale. È il loro effetto sinergico a
garantire l’egemonia di questo modo di vedere ed interpretare
le cose.
L’AMERICANISMO DI DESTRA
Al sottofondo
antropologico idealtipico delle varie destre gli Stati Uniti
d’America offrono oggi una serie molto differenziata di
stimoli.
In taluni "uomini di destra", la dominante di
questo rapporto di sudditanza psicologica è il culto della
forza, della potenza, dell’azione militare. L’ammirazione per
lo strapotere bellico americano tocca le corde di un tipo
umano piuttosto diffuso nell’elettorato della destra più
estrema – il militarista, il cultore della gerarchia, l’amante
del beau geste, il machista, ma anche il teorizzatore di una
"morale dei signori" che da Nietzsche, sul filo delle colonne
sonore wagneriane, è trasmigrata nel colonnello Kurz di
Apocalypse now, continuando a fustigare i deboli e i perdenti
– e lo libera dalle inibizioni e dai sensi di colpa a cui per
lunghi anni lo hanno costretto le (non sempre confessate)
simpatie per regimi travolti dalla seconda guerra mondiale.
Chi vorrebbe a tutti i costi addebitare all’antiamericanismo,
per squalificarlo, una matrice di destra radicale ignora o
finge di ignorare che già al tempo della guerra in Vietnam
negli ambienti neofascisti di vari paesi, Italia e Francia in
primis, si affacciarono progetti di organizzare corpi di
volontari per affiancare i soldati americani, ai quali si
affidava l’ideale compito di vendicare l’umiliazione europea a
Dien-Bien-Phu. Erano i tempi in cui Pino Rauti, sulle colonne
di "Noi Europa", organo di Ordine Nuovo, teorizzava la nascita
nelle giungle del Sud Est asiatico di un’élite di "nuovi
centurioni" che, forte dell’esperienza di guerra, avrebbe al
suo ritorno raddrizzato la schiena al proprio paese, secondo
il collaudato schema ex combattentistico che aveva fatto la
fortuna del fascismo in Italia mezzo secolo prima e alimentato
il culto dei "proscritti". A quell’America ipotetica il
neofascismo più radicale non aveva nulla da obiettare; anzi,
ne avrebbe fatto ben volentieri il faro delle "forze sane"
nella cui capacità di reazione alla decadenza sperava Julius
Evola. Inoltre, in quegli stessi ambienti attecchiva, assai
più dell’antisemitismo, l’ammirazione per l’eroica e guerriera
Israele, sentinella dell’Occidente assediata dagli arabi, già
allora ritenuti infidi e poco amati, ancor prima che
cominciassero a migrare verso le nostre
coste.
L’americanismo oggi più in voga a destra,
tuttavia, non è quello riservato alle frange attivistiche
estreme. Nel mainstream sta un’altra idea degli Usa, come
patria del successo individuale, della meritocrazia, della
libertà di arricchimento. Questa terra promessa del darwinismo
sociale, in cui l’aborrito egualitarismo ha subìto le più dure
sconfitte, ha ormai preso il posto, nell’immaginario di molti
uomini e donne di destra, dell’America multirazziale,
pullulante di delinquenza e intrisa di pacifismo che li
inquietava vent’anni orsono. Da Reagan in poi, con qualche
lieve oscillazione, ai loro occhi gli Stati Uniti sono passati
a significare il luogo in cui è possibile esternare sentimenti
che altrove godeno di cattiva fama. Sono il paese in cui il
nazionalismo può raggiungere punte di isteria collettiva senza
riscuotere il minimo biasimo, riservato invece a chi non lo
manifesta. Dove, oltre che farle, per la guerra e per le
esibizioni di forza militare si può apertamente tifare. Dove
il culto del binomio "legge e ordine", invece di suscitare
sospetti di nostalgie autoritarie, può portare al ruolo di
star, come il caso di Rudolph Giuliani insegna, e le misure
dure contro la criminalità, a partire dalla pena di morte,
sono approvate dalla maggioranza dei cittadini. Dove si
possono respingere fuori dalle frontiere gli immigranti
clandestini con l’ausilio di sceriffi dal grilletto facile,
reti elettrificate e cani feroci senza esporsi alla
riprovazione della Caritas e la xenofobia può trovare sfogo
nell’odio per il nemico giallo o arabo, compensando
l’obbligata tolleranza per il melting pot interno. Dove i
licenziamenti si possono effettuare senza trovarsi fra i piedi
i sindacati e dove la ricchezza determina distanze sociali
nette, pressoché universalmente riconosciute e approvate.
Va detto poi che, per una bizzarra nemesi, quel che
dell’America non piaceva a certa destra europea degli anni fra
le due guerre è divenuto parte integrante del culto che
un’altra destra, quella del nuovo millennio, tributa agli
States. I balzi da gigante delle tecnoscienze made in Usa ne
vezzeggiano talune mai sopite inclinazioni prometeiche. Il
dominio del mercato ne rassicura l’aspirazione alla creazione
di ben definite gerarchie sociali. La cultura di massa
importata attraverso i telefilm e i romanzi, con il suo
incessante elogio dell’individualismo e il suo semplicistico
manicheismo, le consente di riconoscersi in valori che da
sempre ha coltivato. L’identificazione psicologica si
trasforma così in un desiderio di imitazione domestica. La
manifestazione romana di solidarietà con gli Stati Uniti
d’America indetta dal "Foglio" ha dato sfogo ad uno degli
aspetti più acuti di questo transfert, consentendo alla destra
italiana di sbandierare un patriottismo per procura, in
franchising, senza doversi sforzare a cercare ragioni per
coltivarne uno proprio. Le parole di Berlusconi sulla
superiorità dell’Occidente sulle altre culture hanno segnato
un’altra tappa sul percorso: sentendosi e proclamandosi "tutti
americani", gli italiani di destra si impossessano infatti di
un orgoglio di cui la recente storia nazionale – imponendo lo
spartiacque, nel fondo un po’ per tutti loro inaccettabile,
della Resistenza come parziale riscatto della guerra perduta –
li aveva defraudati.
Non va poi trascurato un
ulteriore, non ultimo aspetto, di questa disposizione d’animo
subalterna verso la superpotenza d’oltreoceano. Da decenni,
gli Usa hanno simboleggiato l’alternativa al comunismo, il
"mondo libero" eretto a simbolo contro la barbarie orientale
sovietica. Che la destra liberale per questo li venerasse e
fosse disposta a perdonare loro qualunque difetto, è più che
comprensibile. Ma, caduti il muro di Berlino e l’Urss, il loro
fascino ha travalicato anche le vecchie diffidenze degli
ambienti neofascisti. Per partecipare del trionfo sul nemico
storico, gli impacciati eredi dell’"O Roma o Mosca" si sono
rassegnati ad ammettere il primato di Washington, cercando di
riscuoterne qualche dividendo, a partire dalla legittimazione
della loro inclusione nelle combinazioni governative in nome
di un nuovo spartiacque storico: non più l’antifascismo ma
l’anticomunismo. A Fini, che ha sempre sostenuto di essersi
iscritto al Msi alla fine degli anni Sessanta perché irritato
da un picchetto di attivisti rossi che gli voleva impedire la
visione del film che celebrava l’epopea dei "berretti verdi"
in Vietnam, non sarà parso vero di poter riannodare, con il
plauso alla Nato o a George W. Bush, il filo di una simpatia
che veniva così da lontano.
L’AMERICANISMO DI
SINISTRA
Se l’americanismo affonda ormai profonde
radici a destra, non meno stretto è tuttavia il rapporto che
lega agli States larga parte della sinistra italiana ed
europea. È, anzi, in quest’area che l’America è – prima e più
profondamente – assurta a mito culturale.
Anche negli
anni in cui imperversava la Guerra fredda e la lealtà verso la
causa della rivoluzione mondiale imponeva di definire gli Usa
guerrafondai e nemici del popolo lavoratore, il tarlo di
questa attrazione fatale scavava in molte menti che pure
avevano sposato la filosofia del marxismo. Non si trattava di
una semplice passione letteraria, alla Vittorini, o del moto
spontaneo di riconoscenza di chi sapeva che con le sue sole
forze mai avrebbe sconfitto il fascismo. C’era di mezzo una
complicata forma di odio-amore che portava ad ammirare il
continente in cui il culto del Progresso e della
modernizzazione prendeva più compiutamente forma e nello
stesso tempo a dolersi del fatto che, pur dando un contributo
fondamentale alla cancellazione delle tradizioni che
puntellavano i residui del vecchio ordine, esso non si
risolvesse a imboccare la via del socialismo. In fondo, gli
Stati Uniti erano il paese in cui più speditamente "deperiva"
lo Stato inteso nella sua forma classica, le differenze
etniche iniziavano a cancellarsi, l’economia aveva ormai preso
il sopravvento sulla politica e il connubio fra
secolarizzazione e materialismo si affermava a scapito delle
vecchie "fisime" spiritualiste: tutti elementi che
avvicinavano alla realtà il progetto di società ideato da
Marx. Non solo: essi erano anche la patria
dell’internazionalismo dei "quindici punti" di Wilson e della
piena industrializzazione da cui sarebbe dovuta scaturire la
coscienza di classe del proletariato, la culla del welfarismo
alimentato dal new deal rooseveltiano. Certo, da quelle
premesse tardavano a prendere corpo le attese conseguenze, ma
niente impediva di immaginare che fosse solo una questione di
tempo.
Era la prefigurazione dell’"altra America": una
presenza quasi ossessiva nell’immaginario progressista di
tutto il secondo dopoguerra, che si è trasmessa sino a noi
mutando pelle di continuo e offrendo una chance di accordare
il sentimento all’utopia alle generazioni del dopo Stalin,
deluse dalla stasi del "socialismo reale". Più che sperare in
improbabili mutazioni libertarie dei comunismi esteuropei, le
"nuove sinistre" giovanili hanno infatti iniziato precocemente
ad attendere la salvezza da Occidente. All’America del
maccarthysmo o della condanna a morte dei coniugi Rosenberg,
di cui avevano sentito parlare dai padri, sovrapponevano
l’America dell’on the road e dei "figli dei fiori", che
sottraeva alla società borghese il pilastro dell’autorità
familiare: l’America dei campus universitari in rivolta e del
rifiuto in massa della coscrizione militare. Già allora,
decenni prima dei moti di Seattle, da lì molti giovani che si
sentivano radicalmente di sinistra traevano ispirazione e
parole d’ordine da trapiantare. Lì si produceva la musica che
apprezzavano, lì prosperavano il teatro, il cinema, la
letteratura "di protesta" a cui affidavano le proprie
emozioni, lì assaporavano il clima culturale del
cosmopolitismo, della rivolta nera, delle rivendicazioni
femministe, dell’opposizione della filosofia dei diritti a
quella dei doveri – insomma, di tutto ciò che contribuiva a
minare la tenuta del modello di società contro la quale si
sentivano chiamati a combattere. Anche in questo caso, per
crearsi un mito bisognava selezionare una realtà controversa:
prendere Malcolm X o Martin Luther King e buttare Lyndon
Johnson, incorniciare Woodstock e ignorare la Bible belt,
enfatizzare l’apertura mentale di Berkeley e tacere il
conservatorismo dei villaggi rurali. Ma, usando gli opportuni
accorgimenti, il patchwork poteva acquistare una sufficiente
coerenza.
Così si è creata l’immagine dell’America di
cui, a poco a poco, la sinistra europea ha fatto la sua
bandiera, sostituendo, nella famiglia Marx, Groucho a Karl, la
Nuova frontiera agli avvizziti Cento fiori, l’humour di Woody
Allen alla seriosità dei precedenti testi sacri, la fede nella
psicoanalisi a quella nella dittatura del proletariato e giù a
seguire in un catalogo sterminato di acquisizioni, fino alle
apoteosi veltroniane e alla designazione di Bill Clinton
leader e profeta di un Ulivo mondiale. Mentre tutto ciò che
sapeva di antipatia per l’America veniva accreditato alla
forma mentis fascista – mirabili le ricerche in argomento di
Michela Nacci, e l’uso catartico che tutta la stampa di
sinistra ne ha fatto – o a nuove incarnazioni della leniniana
malattia infantile del movimento operaio. Non stupisce che,
forte di questa lettura edificante, la classe dirigente
postcomunista abbia impiegato pochissimo, in tutta Europa, a
digerire le pretese di egemonia statunitense avanzate dopo il
crollo dell’Unione sovietica, avallandone le manifestazioni
belliche con una lettura a senso unico dei doveri umanitari
imposti dall’ideologia dei diritti dell’Uomo e sfruttando ogni
concessione fatta, in perfetta simmetria con i concorrenti
postfascisti, per farsi accreditare un "senso di
responsabilità" e una "maturità" spendibili in combinazioni di
governo.
L’AMERICANISMO "BIPARTISAN"
Più delle
versioni ideologizzate di diverso colore, a fare del culto
acritico degli Stati Uniti d’America, della loro cultura e del
loro modello di società il gergo più diffusamente parlato
dalle opinioni pubbliche dei paesi europei è stata però quella
che, in omaggio allo spirito dei tempi, potremmo chiamare una
vulgata bipartisan, il cui cemento è, detta brutalmente,
l’eterna vocazione delle masse ad ammirare il più forte. Da
quando l’Urss è andata in pezzi, nessuno stato pare possedere
la forza necessaria per frenare le ambizioni di dominio
planetario di Washington e i più si chiedono, d’altronde, a
cosa gioverebbe farlo. Parole come indipendenza e sovranità
hanno, in tempi di globalizzazione, un suono falso. La
diffusione del benessere fa della tutela dello status quo
l’aspirazione più sentita dalla maggioranza degli abitanti del
Primo mondo. Espressioni che un tempo fecero la fortuna del
socialismo e oggi echeggiano solo nelle parole del Papa, come
"non c’è pace senza giustizia", non trovano più orecchie
disposte ad ascoltarle. La sola ipotesi che valga la pena
difendere i caratteri specifici originari della propria
cultura muove al sorriso chi vive in ambienti etnicamente
sempre meno omogenei. Le prediche sulla necessità di coltivare
una ben definita identità nazionale sono vanificate dalle
abitudini di una popolazione che dedica molto più tempo alla
ricezione per via televisiva di stereotipi d’oltreoceano che
alla conoscenza delle radici storiche che l’hanno forgiata nei
secoli.
In questo vuoto pneumatico di coscienza della
propria specificità, è persino ovvio che l’americanizzazione
culturale e psicologica faccia ogni giorno passi da gigante e
venga assunta dai più, intellettuali in testa, come un
inevitabile destino. E che chiunque si intestardisce a
sostenere, prove alla mano, che Europa e Stati Uniti non
hanno, né nell’immediato né in prospettiva, né valori né
interessi di fondo comuni sia ridotto al silenzio o fatto
oggetto di linciaggio massmediale. Il pregiudizio
filoamericano ha dalla sua il fascino del modello vincente,
più forte di ogni dimostrazione logica, e la spinta del
conformismo. Lo si è potuto constatare nel modo più eclatante
e deprimente all’indomani dell’11 settembre, quando i mezzi di
comunicazione di massa, che avevano ridotto a pochi e
reticenti trafiletti le notizie sul sistema spionistico
satellitare Echelon, ideato e messo in atto dagli Usa per
neutralizzare le velleità di azione autonoma europea sul piano
politico, militare ed economico e sulle continue prove di
ostilità del governo di Washington contro l’Unione Europea in
campo commerciale, a partire dallo iugulatorio trattato AMI –
praticamente ignoto al lettore italiano –, hanno inalberato il
"siamo tutti americani" criminalizzando il dissenso, definito
a seconda dei casi "l’humus che alimenta i violenti" (Barbara
Spinelli), "quinta colonna di Bin Laden" [che] "bisognerà
attrezzarsi per neutralizzare" (Angelo Panebianco) o ideologia
"che nulla ha in comune con il diritto di critica" e verso cui
"troppo larga è stata la tolleranza" (Franco
Venturini).
Che simili forme di demonizzazione
dell’avversario abbiano poco o nulla da spartire con quel
rispetto del pluralismo che dovrebbe costituire il fondamento
di una democrazia, è evidente. Ma ciò pare interessare ben
poco il ceto intellettuale liberale, a cui l’americanismo più
estremo ed acritico offre oggi una consistente rendita di
posizione da spendere a fini egemonici. Lo stesso beneficio è
stato, in passato, appannaggio degli ambienti culturali
marxisti, che spendevano con eguale zelo il loro talento per
difendere la causa della superpotenza rivale. Passano gli
anni, cambiano i climi, ma la tentazione di molti "uomini di
idee" a trarre vantaggio dalla retorica dei luoghi comuni e
dal servizio reso a qualche potente padrone, purtroppo, non
accenna ad attenuarsi.
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