Da Kelebek <liste@imolanet.com>
A antiamericanisti@yahoogroups.com <antiamericanisti@yahoogroups.com>
Oggetto antiamericanisti] Domande

E' interessante confrontare la realtà delle aziende con quella dei
movimenti politici, tra cui quello che in qualche modo stiamo costituendo
adesso.

L'elemento essenziale di un'azienda è l'utilizzo proficuo delle energie
disponibili.

In un movimento politico basato sul volontariato - non parlo di macchine
come Forza Italia - la norma è invece lo *spreco* di energie.

Chiaramente, l'azienda può valutare lo spreco in maniera oggettiva, perché
tutto è valutabile in denaro. Mentre il metro per giudicare l'efficienza di
un movimento politico è molto meno tangibile.

Però la differenza reale rimane. E il prezzo dello spreco di energia è
sempre l'insoddisfazione, la perdita di anni di vita, la necessità di
alterare la realtà per farla apparire più consolatoria, il bisogno di
aumentare lo stesso spreco per sentirsi più utili.

E' uno dei motivi per cui la politica, che dovrebbe essere liberatoria,
diventa troppo spesso tragica. L'estrema sinistra (lasciatemi usare questa
espressione generica) si trova in una situazione a mio avviso catastrofica
da questo punto di vista; solo che conserva ancora un numero sufficiente di
persone da potersi permettere il lusso di non porsi domande.

Parto dalla premessa che siamo tutti d'accordo su alcune cose fondamentali,
anche se inevitabilmente altre cose ci divideranno, e anzi - come ha
sottolineato Alessandra - più si definisce, più si trovano elementi di
divisione. Questo non vuol dire che non ci vogliano profonde analisi
culturali; solo che - come sottolinea lo stesso manifesto - dobbiamo essere
uniti *anche* se non arriviamo sempre alle stesse conclusioni.

Io spero che siamo tutti d'accordo che (a) consideriamo l'impero americano
il problema principe dei nostri tempi e (b) vogliamo fare qualcosa. Se
siete d'accordo, siamo tutti sulla stessa barca; se no, no.

Ora, se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo usare in maniera efficiente le
nostre energie. Siamo quattro gatti, senza soldi, gli altri hanno i
miliardi, gli eserciti, i media. Se poi ci mettiamo pure a sprecare le
forze che non abbiamo...

Occorre quindi migliorare l'efficienza della nostra azione. Questo non
significa affatto "aziendalizzarci". Significa solo abituarci a valutare
oggettivamente, momento per momento, ciò che facciamo. Porci delle domande
aperte e cercare la risposta senza pregiudizi: è proprio qui che il
dibattito diventa molto utile.

Ecco qualche domanda, per ora in ordine sparso:

1) Chi siamo? A questa domanda si possono dare due tipi di risposta: "siamo
il soggetto politico che..." ecc. Va benissimo, però sto parlando qui di un
altro tipo di domanda, che potremmo suddividere in altre sottodomande:

1a) Quanti siamo?

1b) Dove opera ciascuno di noi?

1c) Che risorse ha ciascuno di noi (capacità pratiche, tecniche, culturali,
ecc.)?

1d) Che contatti ha ciascuno di noi verso l'esterno (inteso semplicemente
come esterno a questa lista), che capacità abbiamo di comunicare con questi
contatti?

2) Che movimento vogliamo realizzare?

Qui diventa molto importante la discussione teorica, come quella che stiamo
conducendo in questi giorni. Dipende da questa discussione, se vogliamo
essere una "associazione politico-culturale" o un "movimento di massa", e
da questa distinzione discendono molte scelte concrete.

Ma è anche vero che non possiamo fare ipoteche sul futuro. Esistono
gruppuscoli di venti persone che da decenni proclamano la loro intenzione
di fare il "movimento di massa"; mentre un piccolissimo gruppo di persone,
come i radicali, riesce a farsi sentire eccome. Molto dipende dalle
circostanze.

Partirei comunque da una duplice constatazione: siamo pochi e poveri;
vogliamo comunque crescere e coinvolgere più persone, e magari anche fare
qualcosa di utile contro l'impero. Poi magari succede il miracolo,
diventiamo bravissimi. Ma lì non serve solo la teoria, serve appunto la
bravura, cioè l'efficienza.

Inoltre, più è piccolo un movimento e più contano le reali individualità
che lo compongono. Molto del destino del nostro movimento è già scritto
nelle nostre capacità e nei nostri limiti personali.

Ad esempio, abbiamo la fortuna di aver un ottimo filosofo, e questo fatto
caratterizzerà comunque quello che facciamo (anche evitando, si spera, di
farne un guru).

Abbiamo un ottimo dominio di importanti lingue straniere, e questo è un
pregio raro in ambienti politici.

Abbiamo persone che se ne intendono di internet, sanno fare siti, mailing
list e quant'altro.

Abbiamo contatto con l'estero, e anche questo è raro.

Non so quanto Fulvio si senta partecipe di questo movimento, ma sarebbe
davvero una fortuna avere un simile reporter televisivo da combattimento,
anzi, se fosse della partita, dovremmo sapergli costruire attorno un
supporto che gli permetta di esercitare le sue capacità.

Poi magari scopriamo (lo dico solo come esempio) che non abbiamo nessuno
in grado di capirci di riforma delle pensioni, e quindi il nostro
movimento, anche se cerca di farlo, non potrà mai occuparsi in maniera
credibile di fondamentali aspetti della realtà sociale.

A questo punto, non servirebbe a niente teorizzare che il nostro impegno
principale dovrebbe essere a fianco dei pensionati, anche se sarebbe
astrattamente la cosa da fare.

3) Con chi vogliamo fare il movimento?

Mi sembra che più o meno tutti siano d'accordo che il movimento
(chiamiamolo così per chiarezza) dovrebbe uscire dal ghetto della sinistra
estrema. Da qui nascono non poche domande:

3a) Si vuole fare un classico movimento di estrema sinistra, ma reclutando
persone nuove?

3b) Si vuole creare un'alleanza tra organismi già esistenti, rispettando
sempre le differenze?

3c) Si vuole creare un'alleanza tra individui, rispettando le differenze?

Qui gioca un grosso ruolo la teoria; ma è anche una questione di
efficienza. Si vogliono attirare leve fresche per un vecchio esercito? E'
quello che ha fatto Rifondazione, che ha chiacchierato tanto di apertura,
mentre è rimasta un'organizzazione sepolcrale, in grado di attirare - a mio
avviso - solo i vampiri. Esistono organismi che si portano la morte dentro,
e Rifondazione, con tutto il rispetto per tanti singoli militanti e anche
dirigenti, è tra questi. Meglio in cento ma vivi, che in centomila ma
condannati a morire.

Se però si vuole creare un'alleanza tra organismi già esistenti, cambia
tutto. Intanto bisognerebbe identificare questi organismi; poi ognuno si
deve parare contro i possibili disegni egemonici dell'altro; e si deve
sapere che ci saranno sempre differenze irriducibili.

Qui mi vengono in mente le discussioni sul comunitarismo, che mi sembrano
abbastanza inutili: sappiamo che Huambo e i comunitaristi la pensano in
modo diverso sulla questione della nazionalità, e che né l'uno né gli altri
cambieranno idea. A mio avviso, siccome io, Huambo e i comunitaristi non
hanno la pur minima possibilità di creare o di disfare una nazione, il
discorso è analogo a quello sul sesso degli angeli, finché non se ne
traggono conclusioni concrete. Ora, non mi risulta che i comunitaristi
chiedano di cacciare gli immigrati stranieri che si trovano sotto casa
loro, né che Huambo voglia obbligarci tutti a parlare esperanto.

Quindi, se c'è buona fede da entrambe le parti, se sugli obiettivi
fattibili e concreti si è d'accordo, perché non andare d'accordo?

Comunque, le alleanze si devono fare tra gruppi che non saranno *mai*
d'accordo fino in fondo sulla teoria. O si crea un movimento totalitario, o
si crea un movimento in cui a un certo punto si sorride e si dice, beh, ci
sono parecchie cose su cui la pensiamo in modo diverso, ma andiamo avanti
insieme lo stesso.

Però:

a) il mio gruppo deve cessare di fare teorie e definizioni, solo per far
contento l'alleato? I comunitaristi devono cancellare le loro riflessioni,
o Huambo le sue?

b) ognuno va avanti per fatti suoi - io continuare a fare le mie teorie,
l'altro gruppo le sue, e ci incontriamo solo a livello di vertice per le
cose pratiche?

Non è una questione facile da risolvere.

La terza ipotesi è quella di un'alleanza a livello di individui. E' l'unica
ipotesi realistica, a mio avviso. Certo, "bisogna coinvolgere ceti sociali"
ecc. ecc. Comunque qui stiamo parlando di alcune decine di persone, in
grado di coinvolgerne qualche altra decina, e a quelle dimensioni, le
dinamiche sono proprio quelle individuali.

Esistono molti individui che sono profondamente critici verso l'impero
americano in questo momento; e che hanno magari anche un potenziale
notevole. Gente con cui si potrebbe fare molta strada, e uscire davvero dal
ghetto.

Solo che qui sorgono diversi problemi.

Chi non ha passato la vita a partecipare ai dibattiti dell'estrema sinistra
non trova affascinanti i dibattiti dell'estrema sinistra. Una volta, due,
tre forse... ma poi arriva la noia per discussioni che sembrano infinite e
poco pratiche, per un certo gergo che non è familiare, per un senso di
inconcludenza verbosa. Insomma, *non* si tratta semplicemente di fare
partecipare un individuo nuovo a un'assemblea con cinquanta veterani
dell'estrema sinistra. Anche se l'invito è rispettoso e non finalizzato ad
assorbire l'ospite, quello rimane sempre un ospite, e un movimento non si
fonda sull'ospitalità ma sulla partecipazione.

Un nodo cruciale è quello del linguaggio. I marxisti hanno sviluppato un
linguaggio molto specifico, inteso a definire con assoluta precisione i
fenomeni. E' un linguaggio che quindi ha un suo senso "scientifico" (lascio
le virgolette per coloro che hanno voglia di discutere se il marxismo sia
effettivamente una scienza o no).

Il linguaggio marxista ha però difetti enormi.

E' facile farne un mantra, che assume una funzione magica: io dico che
condanno Bush, e Bush sparisce.

Specificamente, proprio perché cerca di identificare grandi costanti e di
"fare scienza", il gergo marxista astrae dal sentire delle persone. Ma se
noi dovessimo seguire "scientificamente" i nostri interessi, ci tufferemmo
nel lavoro e buona notte. No, è un fatto che se mettiamo a rischio il
nostro lavoro e i nostri averi, è perché sentiamo qualcosa; e il linguaggio
deve *anche* toccare queste corde, senza cadere nel romanticismo.

E poi, proprio come i dialetti o i gerghi, il linguaggio marxista
identifica in maniera inequivocabile uno specifico gruppo di persone, con
tutti i loro pregi, difetti, tic e quant'altro. Anche se non lo vuole, uno
che "parla marxista" è come uno che sventola la bandiera della Lazio - è
riconoscibile ai suoi, ma si isola nel contempo dagli altri. Un romanista,
ma anche un juventino, un interista o un tifoso della Brescia non si
sentirà minimamente attratto dall'invito a entrare in un club di laziali.
Sopratutto se la Lazio non vince un campionato da decenni a questa parte.

Ovviamente la sfida consiste nel salvare il senso dei ragionamenti marxisti
dalla zavorra del gergo di ambiente e del mantra. Credo che Costanzo Preve
sia uno dei pochi a esserci riusciti.

Però se *non* ci si riesce, l'estrema sinistra rischia semplicemente di
estinguersi. E di venire sostituita, come giustamente teme Moreno, da un
movimento populista di destra, stile Lega, che sa smuovere le passioni
della gente, che sa comunicare con il bisogno di ribellione delle persone,
ma non ha nulla di vero da dire.

A questo punto, vorrei anche porre qualche domanda riguardante il tipo di
azione da intraprendere, ma rimando, devo lavorare!

Un abbraccio a tutti

Miguel Martinez


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