From: "alberto mariantoni" <almar72@lycos.com>
To: <almar72@lycos.com>
Sent: Monday, October 13, 2003 9:30 PM
Subject: Fwd: Americanisti di tutto il mondo, unitevi!
>
>
> Un magistrale ed istruttivo articolo del prof. Claudio Mutti.
>
> Per sottotitolo, io avrei scritto: "Chi fa la "cacca" nella
neve di
Gennaio, di Maggio si scopre!":
>
> Da leggere e meditare. Soprattutto, per quegli "Antifascisti"
che,
ancora
oggi, tentano di "fare la morale" ai Fascisti, a proposito, sia dell'
"Anti-Americanismo" che della sacrosanta battaglia per la Libertà,
l'Indipendenza, l'Autodeterminazione e la Sovranità politica,
economica,
culturale e militare per l'Italia, l'Europa ed il resto delle Nazioni
del
mondo.
>
> Bravo Mutti. A Roma direbbero: "Quando ce vo', ce vo'!".
>
> Un saluto a tutti, e buona lettura.
>
> abm
>
> --------- Forwarded Message ---------
>
> DATE: Mon, 13 Oct 2003 17:49:23
> From: "Edizioni all'insegna del Veltro" <insegnadelveltro@libero.it>
> To: <almar72@lycos.com>
> Cc:
>
>
>
> L'AMBLIMORO ANTIFASCISTA
>
> Claudio Mutti
>
>
> L'ossimoro, figura retorica che consiste nell'accostare in un'unica
locuzione due parole esprimenti concetti contrari, è, come rivela
l'etimo
greco, una "acuta insensatezza" (oxy moron). Come esempi di ossimoro
il
Dizionario della lingua italiana di Devoto-Oli del 2000-2001 cita
espressioni quali "ghiaccio bollente" o "convergenze parallele"
(anche
se
quest'ultima potrebbe essere definita, più particolarmente, un...
ossimoroteo) .
> Poi, però, vi sono anche dei casi in cui l'accostamento di due
termini dal
significato contrastante configura una insensatezza che non è affatto
acuta,
ma è, invece, decisamente ottusa, sicché un sintagma di tal genere
lo
potremmo battezzare, se ci fosse consentito l'ardire, con un neologismo
di
nostro conio: amblimoro (ambly moron), "ottusa insensatezza".
> Così alla categoria degli amblimori si potrebbero assegnare sintagmi
quali
"antifascismo antimperialista", "antifascismo e antimperialismo",
"antifascista e antimperialista", "critica all'americanismo sulla
base
della
tradizione antifascista" et similia.
> A parte gli scherzi, espressioni insensate come queste sono circolate
recentemente, dopo che qualcuno ha lanciato l'idea di organizzare, a
sostegno dell'Iraq, una manifestazione senza pregiudiziali ideologiche,
dalla quale nessuno dovrebbe essere escluso sulla base del suo
particolare
orientamento politico.
> A taluni è parso scandaloso che non sia stata fissata, per la
suddetta
iniziativa, la condizione necessaria della professione di fede
antifascista
da parte degli aderenti, sicché si è cominciato a dire che una
manifestazione politicamente ortodossa a sostegno dell'Iraq dovrebbe
essere,
al contempo, "antimperialista e antifascista".
> Che l'accostamento dei due concetti configuri una contradictio in
adiectis, per noi è lampante. Ma, a quanto pare, per molti non lo è
affatto
e quindi è necessario dimostrarlo, dati alla mano.
> Romolo Gobbi, che in un paio di pagine ha accennato alla storia delle
posizioni americaniste del marxismo, da Marx fino all'alleanza
sovietico-americana nella seconda guerra mondiale, fa notare che
"all'inizio
(...) la sinistra non poteva che essere americanista e fordista, in
quanto
fin dall'origine era stata industrialista; infatti fin dall'Ideologia
tedesca Marx e Engels avevano esaltato lo sviluppo dell'industria (...)
E il
marxista che volle realizzare il socialismo prima dello sviluppo
generalizzato del capitalismo, Lenin, fu tanto più americanista e
fordista
(...)" (1).
> Effettivamente, uno dei massimi esponenti del pensiero marxista in
Italia,
il protoantifascista Antonio Gramsci, rivendicò al gruppo comunista
dell'"Ordine Nuovo" (da lui fondato nel 1919 con Palmiro Togliatti
e
altri)
il merito di aver sostenuto una "forma di 'americanismo' accetta alle
masse
operaie". Per Gramsci esiste infatti un "nemico principale",
ed è,
citiamo
testualmente, "la tradizione", la "civiltà europea (...),
la vecchia ed
anacronistica struttura sociale demografica europea" (2). Bisogna
dunque
ringraziare, dice, il "vecchio ceto plutocratico", perché ha
cercato di
introdurre "una forma modernissima di produzione e di modo di lavorare
quale
è offerta dal tipo americano più perfezionato, l'industria di
Enrico
Ford"
(3).
> E il ceto plutocratico, nella persona del senatore Agnelli, individuò
prontamente i propri compagni di strada. Un autorevole chiosatore dei
classici del marxismo, Felice Platone, ricorda infatti come il senatore
Agnelli avesse fatto delle "avances" nei confronti del gruppo di
Gramsci e
di Togliatti, in nome di una pretesa "concordanza di interessi tra gli
operai della grande industria e i capitalisti dell'industria stessa". È
lo
stesso Gramsci, d'altronde, a parlare in maniera sintetica di un
"finanziamento di Agnelli" e di "tentativi di Agnelli di assorbire
il
gruppo
dell''Ordine Nuovo'" (4).
> Non è stato comunque Gramsci né il primo né l'unico,
tra i marxisti,
a
vedere nell'America il paesaggio ideale per l'edificazione di una
società
alternativa a quella europea, che purtroppo è "gravata da questa
cappa
di
piombo" delle "tradizioni storiche e culturali" (5). È
Gramsci stesso,
infatti, a menzionare esplicitamente l'interesse di "Leone Davidovic"
(cioè
Lev Davidovic Braunstein, alias Trotzkij) per l'americanismo (6), le
sue
inchieste sull'American way of life e sulla letteratura nordamericana.
> Questo interesse del pensiero marxista per l'americanismo è dovuto,
spiega
Gramsci, all'importanza e al significato del fenomeno americano, che è,
tra
l'altro, "il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare
con
rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia,
un
tipo nuovo di lavoratore e di uomo" (7). Le realizzazioni
dell'americanismo
hanno fatto nascere una sorta di complesso d'inferiorità nei marxisti,
i
quali proclamano per bocca di Gramsci che "l'antiamericanismo è
comico,
prima di essere stupido" (8).
> Abbiamo parlato, più sopra, di letteratura americana. Ebbene, una
delle
più significative manifestazioni di cultura antifascista avvenute
durante il
Ventennio fu quella che ebbe luogo nel 1942, con la pubblicazione
dell'antologia Americana curata da Elio Vittorini per l'editore
Bompiani. È
stato detto a buon diritto che per Vittorini e per i compagni che lo
affiancarono nell'iniziativa in qualità di traduttori (tutti più
o meno
gravitanti nell'orbita del Partito Comunista clandestino), "la
letteratura
americana contemporanea (...) diventò una sorta di bandiera; e fu anche
o
forse soprattutto come un implicito manifesto di fede antifascista che
Vittorini concepì e realizzò la sua antologia. L'America doveva
risultare
anche per i lettori, come era per lui, una grande metafora di libertà
e
di
futuro" (9).
> Ancora più esplicito, in quegli stessi anni, era l'americanismo
di un
antifascista d'altissimo rango: Palmiro Togliatti. Nei discorsi che il
Migliore indirizzava da Radio Mosca agli ascoltatori italiani, è
frequente
una esaltazione degli Stati Uniti che a volte assume veri e propri
accenti
di misticismo. Ecco un breve ma significativo florilegio.
> 8 agosto 1941. "E in realtà noi dobbiamo essere grati all'America
non
soltanto di aver dato lavoro per tanti decenni a tanti nostri fratelli,
ma
per il fatto che a questi uomini, che uscivano dalle tenebre di
rapporti
sociali quasi medioevali, ha fatto vedere e comprendere che cosa è un
regime
democratico moderno, che cosa è la libertà. (...) Mussolini e
il
fascismo
(...) vorrebbero far credere al popolo italiano ch'esso ha nel popolo
americano un nemico (...). Gli italiani che conoscono l'America dicano
ai
loro concittadini la verità. Dicano loro che il popolo degli Stati
Uniti è
amico dell'Italia, ma è nemico acerrimo di ogni tirannide (...) E gli
italiani che amano il loro paese, che non sono e non vogliono essere
servi
di nessun dispotismo, hanno un nuovo motivo di riconoscenza verso il
popolo
degli Stati Uniti, dal quale viene oggi al popolo italiano non solo un
nuovo
incitamento a rompere le proprie catene, ma un così potente aiuto
concreto"
(10).
> 2 gennaio 1942. "Ma da quella parte ci giunge per l'etere un'altra
voce. È
la voce del grande popolo americano. Nel suo accento maschio par di
sentire
il rombo di mille fabbriche che giorno e notte lavorano, senza posa, a
forgiare cannoni, tank, aeroplani, munizioni. Un mese fa l'America
fabbricava in un mese tanti aeroplani quanti la Germania e i suoi
vassalli
messi assieme. Tra poco ne fabbricherà due volte tanto. Trenta milioni
di
operai americani hanno giurato di non allentare il loro sforzo
produttivo
sino a che non saranno schiacciati i regimi fascisti di terrore, di
violenza, di guerra. Buone prospettive, dunque, per l'anno nuovo" (11).
> Che la "Resistenza" antifascista sia stata un fenomeno di
collaborazionismo al servizio dell'imperialismo angloamericano, è un
dato di
fatto, riconosciuto oggi anche dalla storiografia comunista "eretica",
cioè
non allineata con la mitologia resistenziale. "L'accusa al movimento
partigiano di essere inserito a pieno titolo nel fronte militare di
guerra
alleato ha avuto un evidente riscontro storico" (12), scrive ad esempio
uno
storico che ha redatto varie voci per l'Enciclopedia dell'antifascismo
e
della Resistenza. Già nel 1944, d'altronde, l'organo di un gruppo
comunista
scriveva: "Nate dallo sfacelo dell'esercito, le bande armate sono,
obiettivamente e nelle intenzioni dei loro animatori, degli strumenti
del
meccanismo della guerra inglese" (13).
> Gli antifascisti badogliani, cattolici, liberali e socialdemocratici
non
hanno avuto, successivamente, troppe difficoltà ad ammettere il
carattere
collaborazionista della "Resistenza", anche perché negli anni
del
dopoguerra
i loro partiti continuarono ad essere subalterni alla politica
statunitense
e britannica e molti ex partigiani "bianchi" proseguirono la loro
attività
filoccidentale, magari nelle file del controspionaggio o della
"Gladio";
comunisti e socialisti, invece, essendosi schierati con l'URSS nella
situazione venutasi creare con la "guerra fredda", cercarono di creare
un'immagine patriottica della "Resistenza" e di attribuire all'azione
partigiana il merito esclusivo della sconfitta nazifascista. Come se
gli
Angloamericani non fossero esistiti.
> Come se l'azione partigiana degli antifascisti non fosse stata
appoggiata
e finanziata dagli imperialisti occidentali.
> Nel Sud occupato, alcune formazioni dell'estrema sinistra si erano
messe
immediatamente a disposizione degl'invasori angloamericani. In
Campania, ad
esempio, era nato il Partito Socialista Rivoluzionario Italiano, che
tra i
suoi obiettivi immediati poneva quello di "aiutare gli angloamericani
nella
liberazione del rimanente territorio della penisola" (14). "Dopo aver
accolto gli Alleati come liberatori, i socialisti rivoluzionari si
erano
incontrati a Salerno con il generale Clark chiedendo di poter assistere
le
truppe nel loro ingresso a Napoli ed avevano, inoltre, partecipato alle
trattative per la costituzione dei Gruppi Combattenti Italia" (15).
> Al Nord, fin dal febbraio 1943 il Partito comunista, il Partito
d'Azione,
il Partito proletario per una repubblica socialista e il Partito
socialista
cristiano avevano preso contatto con l'OSS, il servizio segreto
americano,
tramite un agente di collegamento di prim'ordine: l'ingegner Adriano
Olivetti, amico di Carlo Rosselli (16).
> La dipendenza, anche economica, dei partiti antifascisti del CLNAI
dagli
alti comandi angloamericani venne formalizzata con un documento di
cinque
pagine redatto in inglese, i cosiddetti Protocolli di Roma, che vennero
firmati il 7 dicembre 1944 dal generale britannico Henry Maitland
Wilson,
comandante generale alleato nel Mediterraneo, e dai capi antifascisti:
Alfredo Pizzoni ("Pietro Longhi"), Ferruccio Parri ("Maurizio"),
Giancarlo
Pajetta ("Mare"), Edgardo Sogno ("Mauri").
> I partigiani si impegnano ad eseguire, nel corso del conflitto, tutti
gli
ordini degli Alleati; si impegnano a nominare come capo militare del
Corpo
Volontari della Libertà un ufficiale gradito agli Angloamericani; si
impegnano ad eseguire qualunque ordine dopo la "liberazione" del
territorio
italiano. E il CLNAI, da parte sua, viene riconosciuto dagli
Angloamericani
come il solo governo, di fatto e di diritto, dell'Italia
settentrionale.
> Al punto 5 del documento viene stabilito il finanziamento da
destinare
alle attività antifasciste, in questi termini testuali: "During
the
period
of enemy occupation in Northern Italy the utmost assistance will be
given to
the CLNAI in common with all other anti-fascist organisations, to meets
the
needs of their members who are engaged in opposing the enemy in
occupied
territory: a monthly contribution not exceeding 160 million lire will
be
made on the authority of the Supreme Allied Commander to meet the
expenses
of the CLNAI and all other anti-fascist organisations".
> Tradotto in italiano: gli imperialisti atlantici stanziano un
finanziamento mensile di 160 milioni di lire (valore di allora) a
favore dei
collaborazionisti antifascisti, da ripartire in cinque regioni italiane
nelle proporzioni seguenti: Liguria 20, Piemonte 60, Lombardia 25,
Emilia
20, Veneto 35.
> Stipulando i Protocolli di Roma, dunque, il Comitato di Liberazione
Nazionale Alta Italia subordina anche formalmente il movimento
partigiano
alla strategia militare angloamericana e lo mette, come scrive un
autore
comunista, "alle dirette dipendenze degli alleati" (17), mentre il
Comando
Volontari della Libertà viene riconosciuto come l'esecutore degli
ordini del
comandante in capo alleato.
> Ma lasciamo la parola a Renzo De Felice. "Gli accordi di Roma
portarono
alla Resistenza 160 milioni. Fu la salvezza. E Harold MacMillan,
responsabile in loco della politica inglese nel Mediterraneo, poté
scrivere
nelle sue memorie il feroce e soddisfatto commento: 'Chi paga il
suonatore
decide la musica' " (18).
> "Rompere con gli Alleati, per la Resistenza, era impossibile: sarebbe
stata la catastrofe economica (lo stesso Parri in un suo Memoriale
sull'unità della Resistenza, scritto nel 1972, ricorda che la
prospettiva
era quella di 'chiudere bottega')" (19)
> "Gli Alleati sapevano di avere in mano le carte migliori: la forza
militare e gli aiuti economici. Se per mantenere un partigiano, alla
fine
del 1943, servivano mille lire, agli inizi del 1945 ne costava 3 mila e
anche 8 mila, nelle zone più dispendiose. Insomma, la questione
economica si
era fatta politica. Un esercito così grande non poteva autofinanziarsi:
le
requisizioni, tassazioni forzate, colpi di rifornimento e cioè rapine,
grassazioni, furti stavano compromettendo, in quel lungo inverno del
'44,
l'immagine stessa del movimento sul territorio. Gli esiti sarebbero
stati
catastrofici. Bisognava razionalizzare il sistema di finanziamento al
di là
delle sovvenzioni degli industriali, che però man mano che il tempo
passava
avevano sempre più paura dei tedeschi, e degli aiuti dei servizi
segreti
inglesi e americani. Fu questo il capolavoro di Pizzoni. I soldi degli
Alleati arrivavano a Milano dal Sud passando per la Svizzera" (20).
> Nel 1944, davanti allo spettacolo di un'estrema sinistra stipendiata
dagli
angloamericani, il fascista repubblicano Stanis Ruinas si rivolgeva
così ad
un suo vecchio amico, che dal fascismo antiborghese era approdato al
comunismo: "A costo di passare per un ingenuo, confesso di non
comprendere
come degli uomini che si proclamano rivoluzionari - socialisti
comunisti
anarchici - e che per i loro ideali han sofferto la galera e l'esilio,
possano plaudire all'Inghilterra plutocratica e all'America trustistica
che
in nome della democrazia e della libertà democratica devastano
l'Europa.
Intuisco in anticipo la tua risposta. Da rivoluzionario non ami Hitler
e non
hai fiducia in Mussolini. E va bene. Ma come fai ad avere fiducia
nell'Inghilterra imperialista che ha tradito la Persia, schiacciato le
repubbliche boere, oppresso per tanto tempo l'India e l'Egitto, e si
arroga
il diritto di proteggere e dirigere tanti popoli degni di libertà?
(...)
Come fai a conciliare i tuoi ideali riv
>
> oluzionari con quelli di Churchill e di Roosevelt?" (21).
> Grazie a Dio, ben presto il Maresciallo Stalin li avrebbe costretti,
questi "uomini che si proclamano rivoluzionari", a rinnegare la loro
fiducia
nell'"Inghilterra plutocratica" e nell'"America trustistica".
Ma
quelli,
tra i loro figli e nipoti, che oggi salgono in cattedra a impartire
lezioni
di antimperialismo, ad esigere credenziali e ad imporre pregiudiziali,
farebbero bene a studiare la storia della loro famiglia e a rifletterci
sopra. E se proprio non vogliono decretare la damnatio memoriae per
quei
loro antenati che in un certo periodo hanno eseguito la musica scelta
da chi
li pagava in dollari e in sterline, almeno ci risparmino l'ottusa
insensatezza dell'"imperialismo antifascista".