« Iraq, trincea d'Eurasia »
di Jean-Marie Benjamin
Libro-intervista a
cura di Tiberio Graziani
Prefazione di Enrico Galoppini
Seguito dal saggio “L’Asse e l’Anaconda. L’Iraq di fronte alla conquista dell’Eurasia” di Carlo Terracciano.
pp. 124, euro 10,50
Edizioni All'Insegna del Veltro, Parma 2002
Edizioni
All'Insegna del Veltro
Viale Osacca 13 - 43100 Parma
Prefazione
di Enrico Galoppini
Il controllo del discorso
sull’Iraq
Chi leggerà questo libro-intervista,
che a causa di una limitata distribuzione non godrà della grancassa delle
recensioni importanti, con buona probabilità fa parte di un’élite, di quelle
persone, cioè, che s’interrogano e che hanno intuito che qualcosa nelle
versioni ufficiali non va, che hanno fiutato l’«inganno iracheno».
Senza voler fare dello
snobismo, e se si hanno delle relazioni con persone di varia estrazione, ci si rende
facilmente conto però che si è letteralmente circondati da gente per la quale
sapere che un Paese viene aggredito pretestuosamente e sottoposto ad
ingiustizie a catena non costituisce un fattore di scandalo. Si tratta di
persone spesso in buona fede, ma che per semplice ignoranza o perché «si informano»
quel tanto che reputano bastevole, provano compassione, sgomento e indignazione
per le tragedie che colpiscono popoli interi solo se glielo ordina il
telegiornale.
A queste persone vorrei
davvero che giungesse questo volumetto, di modo che si rendano conto che mentre
un mondo cosiddetto «libero» viene immerso a forza nell’atmosfera da
psicodramma collettivo delle celebrazioni della prima ricorrenza dell’11
settembre e dell’avvio di Enduring freedom, in Iraq si ricordano, certo
più sommessamente, i dodici anni di un evento realmente duraturo, tanto che
verrebbe da chiamarlo Enduring embargo.
Ma i «padroni del discorso»
hanno buon gioco nell’aver partita vinta: l’embargo all’Iraq ha decretato la morte mediatica
di questo Stato, che non riesce più a far sentire la propria voce al resto del
mondo. Tutte le calunnie sono permesse senza tema di smentita.
L’ultima,
davvero esilarante, riguardava un “figliastro di Saddam Hussein” intento ad
ordire trame malefiche per sabotare il 4 luglio degli americani. Anche gli
sbarchi di disperati sulle coste italiane offrono lo spunto per disinformare, e
in totale contraddizione rispetto a quanto evidenziano le immagini questi sono
metodicamente descritti come “di profughi in maggioranza curdi”. Non vittime
della pulizia etnica strisciante messa in atto dalla Turchia (paese dal quale
salpano appunto le «carrette del mare»), ma “in fuga dal regime di Baghdad”.
E
non fa uno strano effetto sentire questi campioni della «libertà» e
dell’«autodeterminazione dei popoli» discettare sulla necessità di favorire
l'ascesa di un «Kharzai iracheno»?[1]
A rendere completa la costernazione dell’élite di cui sopra giungono
infine le indiscrezioni sull’ennesimo tribunale ad hoc che dovrà
ribadire che – mentre suda freddo al solo pensiero di una Corte penale internazionale
- l’Angloamerica incarna il Bene.
Anche
quelle poche volte in cui viene pubblicamente riconosciuta la gravità della
situazione in Iraq indotta dall’embargo e dai bombardamenti angloamericani, il
quadro interpretativo di fondo non cambia e si sposa la versione ufficiale: è
tutta colpa di Saddam Hussein e gli iracheni dovrebbero liberarsene. Come mai,
allora, per spiegare l’11 settembre diventa sconveniente sostenere che la
responsabilità ricade sull’establishment statunitense e la sua cocciutaggine
nel voler imporre ai quattro angoli della Terra i propri diktat?
Ma non è finita qui. In
quella galera a cielo aperto che è l’Iraq non solo segnano la dodicesima
crocetta sul muro ma aspettano anche altre bombe, dopo quelle del ’91, del ’98
e tutte quelle dispensate con regolarità per tutti questi anni con la scusa
delle «No fly zone» (che mai l’Onu ha riconosciuto).
Per una logica perversa, un Paese
sotto embargo, per quel credito di cui godono i «promotori del Bene»
angloamericani, e proprio perché essi ne hanno insinuato l’intrinseca malvagità
(“se c’è un embargo un motivo ci sarà”), resta un Paese suscettibile in ogni
momento di essere aggredito senza che gli aggressori debbano giustificarsi
troppo (difatti, anche Iran e Corea del Nord hanno i loro embarghi, non si sa
mai).
La pratica dell'embargo - oltre al
crimine perpetrato contro un intero popolo - è a ben vedere un monito rivolto a
tutti coloro che mirano a divincolarsi dalla marcatura angloamericana: “Visto
che cosa accade a chi osa contrastarci?”. Ma, quel che vi è di peggiore in
tutto questo, l'Iraq è diventato il laboratorio a cielo aperto degli
esperimenti del «dominio globale»: distruzione dell'economia attraverso il
bombardamento degli impianti industriali e delle infrastrutture, embargo come
terapia di mantenimento in uno stato di prostrazione, stillicidio di raid aerei al fine di provocare e di
mantenere alta la tensione.
Attaccheranno di nuovo, non
attaccheranno? Ci sta che mentre questo libro uscirà dal tipografo, dalle
macerie di Baghdad verranno estratti altri cadaveri. Non aspettiamoci comunque
di vedere quei morti[2].
Morti perché negli stessi dodici anni d’embargo l’Iraq non ha tirato neanche
una bomba sull’Angloamerica, e neppure ha spedito una misera letterina
all’antrace[3]…
Il ‘guastafeste’ Padre
Benjamin(*)
Il sistema di controllo delle
menti lavora tuttavia anche grazie a pure e semplici scorrettezze e ad
inveterati convincimenti assunti acriticamente come dati di fatto, i quali,
come se agisse un automatismo, vanno a tappare falle eventualmente apertesi
nell’apparato predisposto.
Così, se a rompere
l’incantesimo giunge un Padre Benjamin con elementi clamorosi ed inediti, i più
mostrano di saperla lunga, cominciano a scuotere il capo e prendono a chiedersi
(cosa che di norma non fanno mai) chi ci sarà mai dietro questo strano prete
che s’incaponisce nel difendere una delle proverbiali cause perse. Il problema
è forse che Benjamin, il quale non rappresenta alcuna istituzione prestigiosa, risulta
poco autorevole? No, non è un problema di autorevolezza. Abbiamo ex alti
funzionari dell’Onu come Denis J. Halliday e Hans Von Sponeck che espongono
fatti gravi e circostanziati, ma neppure a loro viene dato credito.
La verità è che i «padroni
del discorso», di fronte a denunce precise e documentate non ribattono con
argomenti più convincenti o, meglio ancora, più aderenti alla realtà; essi
vanno avanti per affermazioni apodittiche, indimostrabili quindi, e per questo
si evita attentamente che le loro sfilate sulle passerelle dei talk show
si trasformino in occasioni di pubblico
confronto con le opinioni di un Padre Benjamin come minimo giudicato
«eccentrico»[4].
No, dare credito a quelle
parole non conviene proprio. E in qualche modo, magari confusamente, la maggioranza
lo realizza. Certo, tra questi c’è anche chi non
ha mai sentito altre campane, ma c’è anche chi non ne vuole sentire. In
effetti, la maggior parte di questi ultimi sposa le tesi ufficiali immaginando
che avallare tutte le malefatte angloamericane garantisca il proprio benessere,
la prosecuzione indefinita di un modello sviluppista garantito solo ad un club
di privilegiati.
Qui è perciò il caso di ricordare loro
il danno derivante a tutti noi dall’accettare senza battere ciglio le politiche
decise a Washington, Londra e Tel Aviv. All’inizio degli anni Ottanta, il
volume di affari tra Italia e Iraq era di circa 4.200 miliardi di lire; ebbene,
nel 1992 era ridotto ad un miliardo (dati Istat). Che cosa guadagna quindi
l’Europa dall’accettazione di queste politiche deliberatamente antieuropee
attuate con l’avallo di una Gran Bretagna sentinella degli interessi americani
in Europa e di un Israele che addirittura alcuni vorrebbero far aderire
all’Unione Europea? Un boomerang più bollente della proverbiale patata
in cambio della rovina dei rapporti con due intere sponde del Mediterraneo e
oltre.
C’è chi dice che a pensar
male…
Padre Benjamin, in tutta
questa storia, non nomina spesso Israele. L’ha fatto il ministro iracheno Tareq
‘Aziz nel corso di un’intervista contenuta nel suo terzo documento filmato
intitolato Iraq: il dossier nascosto. 54 minuti di distillato di verità.
Pochissimi i giornalisti in sala, il giorno della prima italiana, nel dicembre
scorso. Il documentario impressiona per l’assoluta alterità rispetto alle versioni
disponibili fino a quel momento.
Segue una conferenza stampa, in
cui Padre Benjamin tiene banco da par suo. Gli fanno seguito alcuni
parlamentari, nello stile che si confà al ruolo che rivestono. Ce n’è uno, del
gruppo dei Verdi, che è evidentemente imbarazzato. Non tanto per l’autentico j’accuse
in VHS che - tanto per fare un esempio - aveva appena inchiodato alle loro
responsabilità funzionari dell’Onu che di soppiatto lavoravano per gli Stati
Uniti, quanto per i riferimenti fatti da Tareq ‘Aziz al ruolo dello Stato d’Israele
nel mantenimento dell’Iraq in uno stato di completa prostrazione: “Ecco, io
proporrei di tagliare, per una prossima proiezione, i riferimenti ad Israele…”[5].
Che cosa aveva messo in
agitazione il senatore dei Verdi? Alcuni passaggi poco meditati della recente
storia d’Italia sembrano fornire qualche risposta:
“Il 1984 è l’anno in cui
si realizza la rottura politica fra il PSI di Bettino Craxi e gli ebrei
italiani. […] Il 7 aprile l’Italia […] alla 71esima Conferenza Interparlamentare
che ebbe luogo a Ginevra, votò – unico paese occidentale schierato con il
blocco sovietico – una mozione dell’Iraq di Saddam Hussein che equiparava
sionismo e razzismo, sosteneva il boicottaggio di Israele e difendeva il
diritto alla «lotta armata per la liberazione della Palestina». Ad esprimere il
voto a Ginevra fu il ministro degli Esteri Andreotti mentre il capo della
delegazione era il senatore comunista Paolo Bufalini.
[…] Il 6 dicembre, il
presidente del Consiglio socialista accompagnato da Andreotti, a sorpresa, volò
a Tunisi per incontrare ufficialmente Yasser Arafat, sul cui capo pendeva in
quello stesso periodo un mandato di cattura spiccato dalla magistratura
italiana per le forniture di armi dall’OLP alle BR.
[…] La reazione del
governo di Gerusalemme – allora una coalizione fra i laburisti di Shimon Peres
ed il Likud di Itzhak Shamir – fu durissima: il premier Shimon Peres rinunciò sine die al suo arrivo in Italia previsto per il 13
dicembre. Mai le relazioni tra i due paesi avevano raggiunto un punto così
basso”[6].
15 dicembre 1992: i giudici
di «Mani pulite» inviano al segretario del Partito socialista Bettino Craxi un
avviso di garanzia contestandogli quaranta capi d’imputazione. Le inchieste
prendono i mira soprattutto l’area “dei «nuovi venuti», alleati del craxismo
emergente e fautore di una spregiudicata indipendenza dell’Italia nei rapporti
con i Paesi arabi. Questo genere di orientamento «ad un rafforzamento dei
legami fra le due sponde del Mediterraneo» e a una relativa autonomia nelle
fonti di approvvigionamento delle materie prime veniva espresso dai rapporti
privilegiati imbastiti da Andreotti nei confronti della Libia e da Craxi verso
la Tunisia. I «vecchi poteri forti internazionali», quali il Fondo Monetario
Internazionale, la Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, vedono tutto ciò come una
minaccia al loro programma di globalizzazione dei mercati, e si ingegnano di
tarpare le ali a quel poco di politica estera d’impronta nazionale che certi
settori socialisti si industriano di porre in atto. […] La fuga di Abu Abbas,
favorita dai comandi dell’aeronautica controllati dai generali piduisti, viene
considerata un «tradimento dell’Alleanza atlantica»[7]
[…]. L’anomalia italiana introdotta dall’alleanza Craxi-Andreotti deve essere
liquidata e l’operazione riceve il placet della CIA […]. La
progettazione a tavolino del pool «mani pulite» e la liquidazione di questi due
avversari politici per via giudiziaria passa nuovamente per il dipartimento
relazioni estere della CIA […][8].
Giusto un anno prima, il 16
dicembre 1991, con Saddam Hussein messo K.O., l’Onu aveva revocato la
risoluzione 3379 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che il 10 novembre
del 1975 equiparava sionismo e razzismo. Quella risoluzione confermata quel 7
aprile dell’84 a Ginevra da Iraq e Italia…
A partire da «Mani pulite» in
Italia prende così il via un processo che tra fughe in avanti[9]
e battute d’arresto punta anche a stabilire con chi si deve stare nel Vicino
Oriente, esautorando l’Italia da ogni margine di politica estera autonoma in
quell’area.
Il 10 novembre 2001, a Roma,
in Piazza del Popolo, si celebra il buon esito di quel processo.
*****
(*) Padre Jean-Marie Benjamin è segretario generale della Fondazione Beato Angelico, membro della “Société des Gens de Lettres de France”, presidente del “Benjamin Committee for Iraq”.
Nel 1998 attraversa l'Iraq (percorre oltre 4.000 km nel paese) e realizza un documentario “Iraq: Genesi del Tempo”. In dicembre è a Baghdad durante i bombardamenti occidentali. Dopo un’inchiesta internazionale realizza un nuovo documentario “lraq: viaggio nel regno proibito”, dedicato alle condizioni di vita della popolazione e agli effetti della contaminazione radioattiva provocata dalle armi all'uranio impoverito.
Nel settembre 1999, pubblica in Francia, Svizzera e Italia il libro “Iraq: l’Apocalisse”, in cui denuncia la guerra terrorista degli anglo-americani, gli effetti dell’uranio impoverito e delle sanzioni. Per Padre Benjamin l’Iraq è un enorme campo di concentramento, in cui la potenza mondialista anglo-americana ha rinchiuso un intero popolo.
Nel luglio 1999, presenta un rapporto al parlamento italiano che darà origine all'interpellanza del luglio 2000: un voto a larga maggioranza chiederà al governo italiano di ristabilire le relazioni diplomatiche con Baghdad e di intervenire presso l’ONU per sollecitare la fine dell'embargo.
Il 3 aprile 2000, effettua un volo Amman - Baghdad (con Vittorio Sgarbi, Nicola Grauso e il pilota Nicola Trifoni) in violazione dell'embargo.
Il 29 novembre 2000, interviene sull'Iraq al parlamento britannico (House of Commons), alla presenza di numerosi deputati inglesi.
L’11 dicembre 2000 organizza un volo da Parigi a Baghdad con a bordo 118 personalità (Francia, Italia, Svizzera, Paesi Bassi ed Inghilterra) del mondo della politica, della diplomazia, della cultura, delle religioni, delle organizzazioni internazionali, dell’arte e del giornalismo.
Nel dicembre del 2001 presenta al parlamento italiano e a quello britannico il terzo documentario dedicato all’Iraq: “Iraq: il dossier nascosto”, in cui ex funzionari delle Nazioni Unite accusano le commissioni dell’Organizzazione essersi piegate alle pressioni dei governi di Londra e Washington.
Nel giugno del 2002 pubblica “Obiettivo Iraq. Nel mirino di Washington”.
Tiberio Graziani (Roma),
laureato in chimica presso l’Università la Sapienza di Roma, ha approfondito,
tramite permanenze in laboratori di prestigio sia nazionali che internazionali,
le proprie competenze nel campo dei materiali per applicazioni ingegneristiche,
pubblicando numerosi articoli su autorevoli riviste. Attualmente si occupa di
progetti di innovazione tecnologica e di trasferimento tecnologico. E’ inoltre
docente presso l'Università di Perugia.
Ha curato l'edizione italiana di diversi testi degli scrittori francesi Pierre Drieu La Rochelle e Robert Brasillach editi dalle Edizioni all'insegna del Veltro, Il Settimo sigillo, Settecolori, Il Cavallo Alato, Il Sigillo, Ar.
Interessato ai problemi di geopolitica ha curato, per le nostre edizioni, il libro intervista Serbia, trincea d’Europa di Dragos Kalajic.
[1] La ridda di voci sull’identità del successore di
Arafat, prima fatto presidente dell’ANP, adesso rispedito nel girone dei
«terroristi», s’inquadra nello stesso schema di dominio globale.
[2] Notiamo di passata che anche delle immagini shock
si fa un uso discrezionale e strumentale: si pensi ai poveretti dilaniati
dalla bomba al mercato di Sarajevo mandati in onda alcuni anni fa all’ora di
pranzo per suscitare forti ondate emotive, mentre le immagini delle bombe su
Baghdad del 1991 furono sempre proposte in versione ‘videogame’, per
tacere poi dei «danni collaterali», che mai troupe televisiva ha
filmato. L’unica eccezione alla ferrea regola della pietà catodica a senso
unico - fermo restando che sarebbe meglio porre dei limiti all’indiscrezione
delle telecamere - è rimasta quella del piccolo Muhammad ad-Dura, assassinato
accanto al padre durante uno dei primi giorni dell’Intifâda di al-Aqsà, quando ancora, prima che giungesse la strigliata
generale che colpì anche l’inviato della tv di Stato, i cameraman operavano alle spalle dei «ragazzi delle pietre»…
[3] Sono semmai altri ad essere specialisti in terrorismo
batteriologico: “Fra gli atti di terrorismo compiuti [dai gruppi armati sionisti
nel periodo 1944-48] fuori del territorio palestinese erano tipiche le bombe
fatte esplodere alle ambasciate e ai consolati britannici (saltò in aria anche
l’Ambasciata inglese a Roma con una valigia di dinamite lasciata all’ingresso
dell’edificio), nelle abitazioni degli esponenti politici e militari; infine,
le «lettere mortali». Si trattava di lettere ermeticamente chiuse che, una
volta aperte dal destinatario e venute a contatto con l’aria, esplodevano.
Peggio ancora le lettere, del pari ermeticamente chiuse, contenenti il virus
delle più tremende malattie infettive: per questo, di solito, al danno si
aggiungeva anche la beffa, poiché nell’interno della missiva era sempre
specificato il pestilenziale contenuto”. Cfr. L’inferno in Terrasanta,
“Appendice a 7 anni di guerra”, numero 45 bis, 5 marzo 1959, p. 214.
[4] Gino Strada, invece, per molti non è da ascoltare
perché «comunista», Robert Fisk dell’«Independent» andrebbe fatto fuori per
quel che scrive (cfr. Malkovich
vuole la morte di Robert Fisk, «Il
Nuovo», 14 maggio 2002), Raffaele Ciriello l’hanno ammazzato
davvero, ma tutto sta passando in cavalleria.
[5] Il 26 gennaio 2002, a Trento, il senatore-censore si è
preso una torta in faccia da chi non aveva digerito il suo «sì» all’intervento
italiano in Afghanistan.
[6] Cfr. Maurizio Molinari, La sinistra e gli ebrei in
Italia. 1967-1993, Corbaccio, Milano 1995, pp. 115-116.
[7] “L’aereo egiziano fatto atterrare nella base Nato di Sigonella, in Sicilia, venne però a sua volta circondato dai carabinieri su ordine diretto di Craxi. Inizio allora un drammatico confronto diretto con gli agenti speciali americani, cui i militari italiani impedirono di catturare i terroristi permettendo invece al loro capo Abu Abbas di volare liberamente verso Roma da dove, dopo una misteriosa sosta in città, poté tranquillamente fuggire verso la Jugoslavia a bordo di un regolare aereo di linea”. Idem, pp. 120-121.
[8] Cfr. Marco Dolcetta, Politica occulta. Logge,
Lobbies, Sette e politiche trasversali nel mondo, Castelvecchi, Roma 1998,
pp. 60-61.
[9] Cfr. l’atteggiamento della sinistra di governo (dalle
elezioni del 21 aprile 1996) in Maurizio Molinari, L’interesse nazionale.
Dieci storie dell’Italia nel mondo, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 55-63
(cap. 5: Marcia indietro su Saddam).