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DESTRA-SINISTRA, COMUNITARISMO, COMUNISMO,
ANTIGLOBALIZZAZIONE. Intervista di Costanzo Preve, rilasciata alla
rivista "Comunitarismo". Torino, 5 settembre 2001 "Comunitarismo":
Professor Preve, quali sono i motivi che l’hanno spinta a rilasciare
un’intervista ai comunisti nazionalitari? Costanzo Preve: Potrei
rispondere in modo molto semplice. Rilascio questa intervista perché essa
mi è stata richiesta in modo cortese. Nello stesso modo, l’avrei
rilasciata a qualsiasi giornale, da "Libero" di Feltri alla "Unità" di
Colombo, da "Liberazione" di Bertinotti al "Manifesto" della Rossanda.
Un’intervista è sempre un’opportunità per l’intervistato, perché gli
permette di comunicare e di chiarire le sue idee. E per me la
comunicazione ed il chiarimento delle idee passa davanti a qualsiasi altra
cosa, appunto perché credo nella forza delle idee. Vi è comunque una
seconda ragione. Nella tradizione magico-animistica del politicamente
corretto di estrema sinistra ogni dialogo con chi proviene da esperienze
precedenti di destra o di estrema destra è considerato impuro e infamante,
per cui si giunge al paradosso che sono considerate impure riviste che si
sono impegnate contro i bombardamenti NATO sulla Jugoslavia, mentre sono
considerati "compagni che sbagliano" i sostenitori di questi
bombardamenti, dell’embargo all'Irak o dei massacri coloniali sionisti in
Palestina. Per guardarmi allo specchio senza vergogna è necessario che
porti anch’io il mio piccolo contributo al superamento di tutti i residui
magico-animistici basati sull’implicita categoria di "impurità". La
comunicazione deve essere a tutto campo, ed il suo unico presupposto è
l’onestà intellettuale e la forza degli argomenti usati. "Com.": Il suo
riferimento al politicamente corretto di estrema sinistra è l’occasione
per chiederle la sua posizione rispetto all’opposizione fra Destra e
Sinistra. Si tratta secondo Lei di un’opposizione ancora valida oggi,
oppure soltanto di un’eredità del passato? C. Preve: E’ difficile
rispondere in modo schematico, ma cercherò comunque di farlo. Quando
l’opposizione fra Destra e Sinistra nacque alla fine del Settecento in
Francia, e quando poi si sviluppò e si allargò nell’Ottocento e nel
Novecento nel mondo intero, vero e proprio esempio di globalizzazione
ideologica che accompagnava una contestuale globalizzazione economica
capitalistica, questa opposizione rispecchiava divisioni storiche reali, e
strutturava un campo politico di conflitti nel nuovo modo orizzontale che
sostituiva il vecchio modo verticale tipico dei conflitti di tipo
precapitalistico, signorile e feudale. Alla verticalità del vecchio campo
simbolico religioso si sostituiva l’orizzontalità del nuovo campo
simbolico politico. La politica sostituiva progressivamente la religione
nell’espressività individuale e collettiva dei conflitti sociali.
Tuttavia, nel corso degli ultimi duecento anni, a causa soprattutto
dell’integrazione culturale negli apparati ideologici e politici della
classe dominante, in un primo tempo borghese-capitalistica e poi oggi
semplicemente capitalistica (e post-borghese), l’opposizione fra Destra e
Sinistra ha smesso di descrivere un conflitto sociale reale, ed ha
cominciato a funzionare come protesi artificiale di strutturazione
simbolica di un conflitto controllato e manipolato. In proposito, mi
permetto di rimandare ad un mio breve scritto in cui questo fondamentale
problema è trattato in modo più sistematico (cfr. C. Preve, "Destra e
Sinistra", Editrice CRT, Pistoia, 1998). "Com.": Se ho capito bene,
bisogna allora lasciarsi completamente alle spalle qualunque opposizione
polare fra Destra e Sinistra nell’esaminare la situazione italiana,
europea e mondiale. C. Preve: Benché resti convinto del sostanziale
esaurimento storico di questa polarità simbolico-politica, vorrei comunque
segnalare due cautele metodologiche da tenere presenti per una migliore
comprensione del problema. In primo luogo, non bisogna dimenticare che di
fatto oggi la stragrande maggioranza delle prese di coscienza individuali
e collettive del conflitto politico avviene (a mio avviso purtroppo, non
per fortuna) sul terreno ideologico della polarità Destra/Sinistra. Il
fatto che questa polarità sia quasi sempre artificiale e manipolata da
apparati intellettuali interni al sistema di dominio non cambia il dato
storico della situazione, per cui appunto ancora oggi la dicotomia
funziona ancora da quadro genetico-psicologico per la simbolizzazione del
conflitto politico. In proposito, non è sufficiente "smascherare" il
carattere illusorio e manipolato della dicotomia, perché questo
smascheramento non incide concretamente nella situazione, ma bisogna
lavorare per una nuova e credibile teoria politica complessiva. In secondo
luogo, è bene ricordare che l’esaurimento della dicotomia Destra/Sinistra
riguarda soltanto i paesi centrali del dominio mondiale imperialistico
(come USA, Inghilterra, Francia, Germania e Italia), mentre nei paesi
dominati o minacciati dall’imperialismo (dalla Palestina alla Colombia, da
Cuba alla Turchia), questa polarità continua a rispecchiare conflitti
reali, ed è dunque ancora politicamente e culturalmente espressiva.
"Com.": Questi due chiarimenti mi sembrano in effetti decisivi non
solo metodologicamente, ma anche e soprattutto politicamente. In ogni
caso, qui in Italia e nel contesto politico italiano, Lei crede che
l’opposizione Destra/Sinistra sia ancora decisiva per l’orientamento
politico pratico? C. Preve: Come ho già detto in precedenza,
fondamentalmente no. L’Ulivo è certamente più "a sinistra" del Polo, nella
simbologia politica, nella tradizione storica e nell’illusione ideologica,
ma ciò che veramente conta oggi è la posizione storica nei confronti del
dominio dell’impero americano, e su questa questione decisiva, che
determina anche tutte le altre questioni secondarie, le classi politiche
dell’Ulivo e del Polo sono indistinguibili ed intercambiabili,
"bipartisan" come correttamente dice Ciampi. I casi Blair e D’Alema
inducono anzi a pensare (ed io lo penso fermamente) che, al di là delle
"americanate" ideologiche della destra, siano in prospettiva i
centro-sinistra europei i migliori alleati strategici subalterni
dell’impero americano, a causa del loro ostentato nichilismo nazionale e
della loro concezione del mondo sindacalistica in economia e post-moderna
nella cultura. "Com.": Lei pensa che in questa tradizione italiana
l’eredità storica del PCI giochi un ruolo importante? C. Preve: Non
solo importante, ma decisivo. A parte i vizi storici della tradizione
italiana, già messi in rilievo a suo tempo da Giacomo Leopardi e da
Antonio Gramsci, bisogna capire che i processi di corruzione e di
integrazione di un partito stalinista sono ben peggiori, devastanti e
nichilisti di quelli di un partito socialdemocratico. Non è infatti un
caso che in Italia non ci sia un Lafontaine come in Germania o uno
Chevenement come in Francia, ma ci sia sempre e soltanto l’interminabile
ed impotente controcanto lamentoso di origine ingraiana e rossandiana,
incapace di unire identità socialdemocratica e pratica nazionale
anti-imperialista. Vi è purtroppo in tutto questo una triste logica. In
primo luogo, come a suo tempo ha chiarito magistralmente il notevole
filosofo cattolico Augusto Del Noce, lo storicismo assoluto tende ad
evolvere in modernizzazione nichilistica ed in costume radicale, ed il
processo dialettico che porta da Palmiro Togliatti ad Emma Bonino non può
essere fermato con affabulazioni ideologiche. In secondo luogo, il partito
staliniano-togliattiano non chiede agli intellettuali di produrre
conoscenze ed interpretazioni, ma chiede loro di testimoniare la loro
appartenenza identitaria, e questo comporta un deserto teorico raro nel
resto del mondo. In terzo luogo, infine, le pratiche di eliminazione e di
cooptazione all’interno delle strutture del partito di tipo
staliniano-togliattiano, con il doppio carattere di ferocia e di ipocrisia
che le caratterizza, sono state una palestra ideale per la selezione di un
personale del tipo di D’Alema. "Com.": Dalla questione della sinistra
passiamo alla questione del comunitarismo. In proposito, qual è
l’approccio da Lei consigliato per impostare correttamente la questione
del comunitarismo? C. Preve: Prima di tutto, occorre distinguere per
chiarezza tre possibili distinti significati del termine comunitarismo. In
primo luogo, con questo termine posso intendere la resistenza di una
identità collettiva, appunto comunitaria, al modo con cui cerca di imporsi
oggi il dominio della globalizzazione finanziaria neoliberale, che è
appunto lo sbriciolamento e la frammentazione individualistica delle
società, ridotte a serie di consumatori classificati unicamente dal
diverso potere d’acquisto. In secondo luogo, con questo termine posso
intendere l’esperienza della vostra stessa rivista, cioè il passaggio
dialettico dalla destra alla sinistra dello spettro politico, per usare le
categorie politologiche più comuni (e da me comunque ritenute improprie,
come ho detto prima). In terzo luogo, infine, con questo termine posso
intendere una corrente filosofica oggi molto presente nel mondo culturale,
soprattutto anglosassone, che deve essere salutata con molto favore.
"Com.": Iniziamo dunque dal primo significato. C. Preve: Come ho
detto, oggi la logica del dominio non è più il mantenimento conservatore
delle strutture sociali tradizionali di conformismo gerarchico, come ai
tempi della prima accumulazione capitalistica, e neppure la massificazione
reazionaria e militarizzata delle classi subalterne, come ai tempi dei
totalitarismi novecenteschi. La globalizzazione capillare dei mercati
sconsiglia queste forme di dominio, perché è incompatibile con la
generalizzazione capillare della figura del consumatore generico,
portatore astratto della concretezza del valore di scambio puro. Oggi il
dominio deve frammentare, isolare, e poi risocializzare nella forma
esclusiva delle comunità artificiali di consumo (concerti rock,
discoteche, eventi sportivi, eccetera). Per questo la globalizzazione
capitalistica odia e teme le comunità reali. La stessa resistenza delle
comunità operaie, in particolare in paesi di recente industrializzazione
come la Corea, la Turchia o il Brasile, avviene nella forma della comunità
operaia di lotta di uscita recente da un passato precapitalistico, indice
sicuro del fatto che l’anticapitalismo specificatamente operaio è sempre
più forte agli inizi dei processi di industrializzazione, perché si nutre
di rapporti sociali comunitari precapitalistici, laddove, in situazioni
più evolute la classe operaia è uno dei gruppi sociali più facilmente
integrabili nel consumismo capitalistico (e dagli USA all’Europa non c’è
qui che l’imbarazzo della scelta). La stessa resistenza dei popoli
indigeni (Chiapas, eccetera) è di tipo pienamente comunitario, così come
di tipo comunitario è la splendida resistenza dei contadini europei alla
standardizzazione alimentare capitalistica (José Bové, eccetera).
"Com.": Passiamo ora al secondo significato. C. Preve: Questo è un
punto molto interessante perché riguarda appunto riviste come la vostra.
In momenti di passaggio storico epocale come quello in cui stiamo vivendo,
il passaggio da sinistra a destra e viceversa nello spettro politico è la
regola, non l’eccezione, poiché tutto salta all’aria e le vecchie
classificazioni non corrispondono più ai nuovi conflitti e alle nuove
situazioni. Non è un caso che l’idea di comunitarismo rappresenti la
principale idea-forza del passaggio da destra a sinistra (per usare questa
dicotomia che resta peraltro impropria). Il passaggio da sinistra a destra
avviene infatti sulla base dell’individualismo radicale, del fatto cioè
che la vecchia sinistra, distrutta dalla caduta contemporanea del
keynesianesimo e del comunismo, si frantuma socialmente per la
trasformazione della vecchia piccola borghesia in nuova classe media
globale, e si frammenta culturalmente con la generalizzazione della
cultura post-moderna e radicale, nata originariamente non certo come
critica al capitalismo, ma come protesta anarcoide contro il costume
borghese. Il passaggio dalla destra alla sinistra, allora, non può
avvenire che nella forma dell’abbandono razionale delle vecchie mitologie
sociali di tipo fascista in direzione di una più matura e convincente
raffigurazione dei conflitti sociali odierni. Qualcosa di positivo, che
solo un fanatico identitario può continuare ad avversare o a considerare
con sospetto pregiudiziale. "Com.": Passiamo allora al terzo ed ultimo
significa. C. Preve: Viene definito comunitarismo un insieme di
tendenze della filosofia universitaria, prevalentemente anglosassone, in
cui ovviamente e fisiologicamente c’è una destra, un centro e una
sinistra. Non ha però senso, e lo sconsiglio, soffermarsi su di una
politicizzazione di corto respiro. Sul piano teorico, che è l’unico che
per me conta qualcosa, io sono un sostenitore di questa tendenza,
particolamente nelle varianti di Christopher Lasch e di Alisdair Mac
Intyre. I comunitaristi cercano di interpretare l’attuale situazione
capitalstica alla luce delle categorie di Aristotele e dell’antico
pensiero greco, laddove gli individualisti neoliberali alla Habermas lo
fanno alla luce delle categorie di Hobbes e Locke. E’ per me ovvia la
superiorità dei primi sui secondi. Fatta questa premessa strategica, devo
però dire che io sono personalmente un sostenitore di una specifica
fusione dialettica fra individuo e comunità, in particolare fra la libera
individualità evocata da Marx ed una comunità non organicistica (cfr. C.
Preve, "Individui liberati, comunità solidali, Editrice CRT, Pistoia,
1998). Penso anzi che questo sia uno dei temi più importanti del
futuro. "Com.": Abbiamo parlato sino ad ora della sinistra, e poi del
comunitarismo nei suoi tre significati. Vogliamo ora dire qualcosa sul
marxismo e sul comunismo? C. Preve: Al marxismo e al comunismo ho
dedicato trent’anni di attività pubblicistica e migliaia di pagine di
commento, con effetti pratici immensamente inferiori a quanto pensavo
all’inizio. Ammesso che esistano o siano esistite delle comunità di
teorici marxisti e di militanti comunisti, io ritengo di esserne uscito,
ma non considero questa una sconfitta, quanto una presa d’atto razionale
della loro sostanziale irriformabilità, e del fatto che si perde solo del
tempo prezioso se si cerca di rendere compatibili le proprie scoperte,
giuste o sbagliate che siano, agli strettissimi limiti del politicamente
corretto e della sorveglianza burocratica che esse comportano. I dirigenti
politici del comunismo non vogliono infatti conoscenze e scoperte, ma solo
la fornitura di ideologie edificanti e retoriche di legittimazione alla
propria tattica nichilistica di breve periodo. Chi pensa di ottenere
risultati con il loro consenso, o con il consenso delle mafiette
accademiche a denominazione ufficiale "marxista" assomiglia a chi pensava
che si potesse avere una riforma luterana o calvinista con il consenso del
collegio dei cardinali, la rivoluzione francese con il consenso degli
aristocratici o la rivoluzione russa con il consenso della borghesia. Pura
illusione, o nel caso del persistere testardo in questa illusione, pura
idiozia. "Com.": Si tratta di una visione disincantata. Ma detto
questo, che cosa ci può dire della situazione del marxismo oggi? C.
Preve: In estrema sintesi, ritengo errata la posizione di chi ritiene che
il marxismo appartenga solo al passato, e non abbia invece un presente ed
un futuro. In quanto tentativo razionale di unire conoscenza e
trasformazione, il marxismo ha certamente un futuro, e forse un brillante
futuro. Nella sua forma attualmente residuale, esso è però solo una
pseudo-scienza ed una quasi-religione, che insieme fanno una sorta di
grande narrazione edificante priva di reali effetti conoscitivi. In questo
senso i critici post-moderni alla Lyotard hanno sostanzialmente ragione.
Ma questo non esaurisce il problema, anzi. Il nucleo razionale del
progetto di Marx di una scienza sociale dei modi di produzione resta a mio
avviso valido, anche se il nesso dialettico fra capitalismo e comunismo da
lui disegnato non funziona, ha largamente dimostrato di non funzionare, e
deve essere radicalmente ridefinito. E’ necessaria in proposito una vera e
propria "rivoluzione scientifica", nel senso che l’epistemologo Kuhn ha
dato a questo termine. Con coloro che accettano il principio della
necessità di questa rivoluzione scientifica, io mi posso ancora definire
volentieri marxista. Con coloro che continuano a celebrare le vecchie
messe marxiste dogmatiche, piuttosto di essere scambiato con loro,
preferisco rinunciare ad una connotazione necessariamente equivoca.
"Com.": Questo per quanto riguarda il marxismo teorico. E per quanto
riguarda il comunismo politico? C. Preve: Come forse Lei sa, ho sempre
usato da almeno un decennio il termine di "comunismo storico novecentesco"
per non confonderlo con quello originario di Marx. Nei confronti di questo
comunismo storico novecentesco ho un atteggiamento di radicale
discontinuità, molto simile a quello esibito da altri discontinuisti
radicali, come Toni Negri o Marco Revelli. A differenza però di costoro,
ed anzi in aperta opposizione a costoro, ritengo che una seria e coerente
posizione di discontinuità debba essere preceduta, accompagnata e seguita
da una riflessione complessiva di convincente bilancio storico e teorico
del fenomeno. Cosa che essi non fanno, ed anzi evitano. "Com.":
Passiamo ora all’ultimo argomento di questa nostra intervista. I fatti di
Genova del luglio 2001 hanno portato all’attenzione di tutti il tema della
globalizzazione e soprattutto dei cosiddetti movimenti no-global. Ci può
dare una sua valutazione in merito? C. Preve: Bisogna prima di tutto
distinguere nettamente il giudizio sul fenomeno della globalizzazione da
quello sui cosiddetti movimenti no-global, per non cadere nell’illusione
giornalistica che siano automaticamente questi i veri antagonisti
strategici della globalizzazione. A proposito della globalizzazione,
questo termine connota solo la generalizzazione della produzione
capitalistica a tutto il pianeta. Non si tratta di un fenomeno nuovo,
perché è iniziato fino dal Cinquecento, e si è già svolto soprattutto nel
periodo storico 1873-1914. Oggi vi è solo un grande salto di qualità,
dovuto soprattutto alle nuove innovazioni tecnologiche. Questa
globalizzazione è ad un tempo finanziaria e produttiva, perché unisce il
decentramento produttivo guidato dalle transnazionali con un ruolo
accresciuto dei mercati finanziari, sempre decisivi in epoche di grandi
innovazioni non solo di processo ma anche di prodotto. La globalizzazione
non sostituisce affatto il precedente imperialismo, ma rappresenta una
nuova modalità della concorrenza imperialista. Essa non comporta affatto
la fine epocale degli stati nazionali, ma solo la sottomissione di stati
nazionali deboli e privati di sovranità politica, economica e militare a
nuovi stati nazionali imperiali più forti. Piuttosto, di diverso dalle
epoche precedenti vi sono a mio avviso tre elementi degni di attenzione.
In primo luogo, che questo ciclo di globalizzazione avviene in forma
neoliberista e non Keynesiana o protezionistica, tenendo conto che
comunque il keynesianesimo non è mai stato un presunto "stadio superiore"
del progresso borghese capitalistico e tantomeno un’anticamera del
socialismo, come hanno sostenuto per più di mezzo secolo teorici
superficiali ed illusi, ma sempre e solo una forma di dominio
capitalistico di fase di tipo ciclico, e non stadiale. In secondo luogo,
il fatto che questo ciclo di globalizzazione si compie sotto un dominio
imperiale soverchiante degli USA, soprattutto in campo militare e
culturale. In terzo luogo, infine, il fatto che questo ciclo di
globalizzazione si compie dopo il fallimento epocale del comunismo storico
novecentesco, con effetti molto gravi di "depressione progettuale", cioè
di delegittimazione e di demotivazione per le forze soggettivamente
anticapitalistiche. La presa di considerazione di questi tre elementi
decisivi è preliminare ad ogni valutazione seria degli attuali movimenti
detti no-global. "Com.": Possiamo allora già dare una valutazione
storica complessiva degli attuali movimenti no-global? C. Preve: A mio
avviso non possiamo ancora farlo, perché essi sono una realtà solo
all’inizio di un processo di sviluppo i cui esiti non sono ancora per
nulla prevedibili. Essi possono essere l’embrione iniziale di un futuro
movimento rivoluzionario, oppure possono evolvere verso l’"opposizione di
Sua Maestà" di cui il moderno capitalismo ha bisogno, un’opposizione detta
"propositiva" e "responsabile", in realtà di tipo petizionistico (si fanno
petizioni ai potenti perché essi ascoltino i sudditi) e solidaristico. Dal
momento che gli esiti non sono ancora prevedibili, è chiaro che in questi
movimenti bisogna starci dentro senza troppi pregiudizi o sospetti.
Personalmente, mi considero un rivoluzionario "classico", nel senso che
tutti i progetti rivoluzionari storicamente strategici devono sempre
essere radicati in interessi collettivi di classi subalterne, e non
possono mai assumere la forma di movimenti caritativi e moralistici, se
non in forma del tutto marginale. Io solidarizzo pienamente con la
Palestina in lotta, ma se la Palestina non lottasse in prima persona, la
mia solidarietà resterebbe una semplice testimonianza astratta. Il
giudizio sui movimenti no-global non deve neppure essere ricavato dallo
spettacolo virtuale del circo giornalistico e mediatico. Il circo
mediatico conosce tre soli spettacoli fondamentali, lo spettacolo porno,
lo spettacolo sportivo e lo spettacolo sanguinoso, per cui il suo unico
vero modo di relazionarsi con i movimenti no-global è la distruzione
urbana dei "Black Blocs", che lungi dall’essere stupidi e primitivi, hanno
capito perfettamente come funziona il circo mediatico e vi si adeguano in
modo brillante e performativo. Infine, il giudizio sui movimenti no-global
non deve neppure essere ricavato dalla autorappresentazione ideologica e
narcisistica dei suoi attuali dirigenti, un ceto professionale
sottilissimo di politici di professione, scrittori di "Best Sellers" e
permanenti di associazioni non governative all’autofinanziamento pubblico
e privato. Un giudizio serio dovrà essere dato sulla base esclusiva della
funzione strutturale anticapitalistica di cui questi movimenti saranno
capaci. Per questo siamo solo all’inizio.
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