Mentre mi accingo a scrivere questa postfazione -
richiestami dall’amico Dragoš Kalajic per l’edizione
serba del suo Serbia, trincea d’Europa -, il
telegiornale passa la notizia di altri due omicidi
compiuti ai danni del popolo serbo da parte di alcuni
terroristi albanesi: seguita dunque la mattanza,
iniziata, giova ricordarlo, ben prima dell’aggressione
NATO al popolo jugoslavo. Ora però, dopo il cessate
il fuoco, il massacro seguita col benestare,
perfidamente occulto, della KFOR: l’intera zona non deve
essere affatto pacificata, devono rimanere tutte le
tensioni possibili (1), immaginabili ed inimmaginabili,
affinché sia necessaria e pertanto umanitariamente
legittimata, agli occhi dell’opinione pubblica, la forza
d’occupazione di una parte consistente del territorio
federale.
Sotto questo aspetto persino la presenza militare
russa, importante elemento di bilanciamento nei
confronti delle forze alleate e, per alcuni versi, di
garanzia nei riguardi dei Serbi, sembra rappresentare,
nel gioco delle parti architettato dai politici di
Washington, un alibi bello e buono, giocato anch’esso
sulla pelle dei popoli jugoslavi: occorre tuttavia fare
sempre i conti con i reali rapporti di forza, e
constatare che la Federazione Russa è, nonostante
l’attuale dirigenza, l’obiettivo geopolitico che a medio
termine le forze NATO si sono poste di contenere ed
influenzare, sul piano militare, attraverso una serie di
partenariati con i Paesi dell’ex-blocco sovietico. In
tale prospettiva, gli ultimi episodi secessionisti
avvenuti in Daghestan, nonostante le pur presenti
motivazioni endogene, d’ordine storico e religioso (2),
non possono essere considerati disgiunti dalla ampia e
complessa strategia antirussa che prevede da una parte
il contenimento NATO, cui già abbiamo accennato, e
dall'altro la costituzione di quella che Claudio Mutti,
nella presentazione di questo volume, definisce "una
dorsale pseudoislamica” tale da imprigionare “la Russia
e tutta quanta l'area ortodossa", alimentata e
finanziata “dall’Islam rigido dei sunniti wahhabiti, il
cui centro è l’Arabia saudita” (3).
La presenza militare, oltre a limitare di fatto la
legittima sovranità del governo di Slobodan Milosevic
prelude, dietro i fantomatici aiuti per la
ricostruzione, al condizionamento economico-produttivo
(4) della ormai ridotta Repubblica Federale Jugoslava; è
questo un copione già visto e recitato, sovente a
malincuore, in primo luogo dall’Italia e dalla Germania,
nell’ambito della pianificazione economica del Piano
Marshall all’indomani della fine del secondo conflitto
mondiale.
Il dramma che, in questi anni, ha come
protagonisti/vittime i popoli della ex-Jugoslavia, trova
la sua immediata ragione d’essere nella tendenza
mondialista ad allargare al massimo, nel continente
euroasiatico, i propri spazi economici - in nome del
cosiddetto libero mercato. E’ questa una tendenza
sostenuta militarmente e politicamente, passo dopo
passo, da strategie geopolitiche ben definite e mirate,
come evidenziato peraltro dalle acute e ponderate
considerazioni di Kalajic. Analizzando gli ultimi
dieci anni di storia europea anche dal solo, e pertanto
riduttivo, punto di vista dei rapporti economici, è
interessante notare come, a partire dal collasso
dell’ex-impero sovietico, sia le Nazioni europee ad
economia socialista che quelle dell’Europa occidentale
con economia a forte partecipazione statale abbiano
subito veri e propri cataclismi politici nonché la
veloce disintegrazione di intere classi dirigenti e
spesso una perdita e/o ridefinizione dei propri
territori e confini.
Nell’est europeo la nascita della Confederazione
degli Stati Indipendenti ha tentato di mantenere, per
certi versi, peraltro limitati, alcune posizioni di
autonomia dalla politica mondialista, ma di fatto ha
svolto il ruolo di pompiere dei reali interessi popolari
e statuali dei Paesi appartenenti all’ex-blocco
sovietico; tale ruolo, ben compreso e stigmatizzato
dall’opposizione nazional-comunista russa, ha posto in
essere le premesse - tutte ancora da valutare - di un
processo di transizione al mondo liberista che le
incomprensioni, d’ordine esclusivamente mercantile che
talvolta sembrano emergere, tra l’oligarchia che fa capo
ad El’cin e i diktat del Fondo Monetario Internazionale
(FMI) non fanno altro che accelerare. Altre due Nazioni,
sempre dell’est europeo, hanno pagato pesantemente il
loro obolo agli imperativi del nuovo corso liberista: la
Cecoslovacchia, che ha perduto la sua unitarietà
politico-amministrativa scindendosi in due repubbliche e
divenendo quindi facile preda di investimenti
usurocratici da parte della finanza internazionale, e la
Romania che, appena saldato il debito contratto col FMI,
ha dovuto sacrificare Ceausescu e cedere nuovamente ai
ricatti della Banca Mondiale.
Ma se Atene piange, Sparta di certo non ride. Infatti
nella parte occidentale del nostro continente abbiamo
assistito, e tuttora assistiamo, allo sgretolamento
progressivo dello stato sociale (baluardo residuale,
quantunque degenerato e putrescente, di una economia e
di una solidarietà sociale ancora connessa a interessi
nazionali e di questi purtroppo il solo collante) dei
principali Paesi (Italia, Francia, Germania), ed alla
estromissione di intere classi dirigenti, politiche ed
economiche (Italia)(5) . A tutto ciò si accompagna la
crescente ondata migratoria che da oltre una quindicina
di anni imperversa sull’intera Europa occidentale.
La disgregazione economico-sociale e la scarsa
attenzione dei governi europei al problema
dell’immigrazione favoriscono i flussi migratori,
aumentandone il grado d’intensità e di pervasività, fino
a determinare, da un lato, episodi incontrollabili di
intolleranza - finora limitati e sporadici, e comunque
confinati nell’ambito di epidermica reazione a fenomeni
di microcriminalità -, e, dall’altro, la crescita
macroscopica di organizzazioni criminali transnazionali
di stampo mafioso a base etnica, che compromettono,
drammaticamente, il controllo di ampi spazi territoriali
(nazionali ed extranazionale, come nel caso dell’area
adriatica) da parte delle normali forze di polizia ed
alimentano, con i loro illeciti ricavati, quote sempre
più crescenti e costitutive della finanza
internazionale, che, poiché pecunia non olet, le
tollera e pertanto le legittima.
L'immigrazione, fenomeno naturale e ricorrente nella
storia dei popoli, assumendo sul finire del secolo
proporzioni vieppiù gigantesche, date le condizioni
storiche di sviluppo industriale del Nord del pianeta -
per cui si può parlare di un vero e proprio “urbanesimo
planetario” - diviene, oggettivamente, nel quadro delle
strategie messe in atto dai governi degli USA e dagli
organismi internazionali che fanno capo alle Nazioni
Unite, un non trascurabile elemento aggiuntivo alla
destabilizzazione e ridefinizione delle politiche
economico-sociali dei Paesi dell’Europa occidentale (6),
ove la presenza di residuali meccanismi economici ancora
vincolati a interessi nazionali e statali limitano la
completa globalizzazione dei mercati interni.
I fenomeni secessionisti, come quello del Kosovo e
Metohija o del Daghestan, che esplodono apparentemente
in nome del principio di autodeterminazione dei popoli o
di una specificità religiosa, nella generalità dei casi
(a causa della loro posizione geostrategica) sono
pretesti, che danno un senso agli interventi umanitari
ed al presidio militare dei governi di Washington e di
Londra e pongono inoltre le premesse per la definizione
di un nuovo diritto internazionale, una sorta di un
parodistico Jus planetario. Tale diritto è
determinato anche dall'attuale fase del complesso
processo di globalizzazione, che, superato lo stadio che
potremmo definire dei Trattati (GATT, ASEAN, NAFTA
etc.), esige, in particolare in Europa, la eliminazione
formale di qualunque entità geopolitica sovrana, che si
frappone al suo sviluppo.
Oggi i micronazionalismi europei, lungi dal
rappresentare una sana e giusta rivendicazione delle
proprie particolarità e dignità, sono mine vaganti
lanciate contro il nostro continente che potrà essere
libero e sovrano solo se sarà unito, forte ed
economicamente indipendente. E' proprio nella
prospettiva dell'auspicata unità politica euroasiatica
che la Serbia di Milosevic rappresenta, con il fermo e
deciso no alle pretese dell'imperialismo atlantico, un
primo e reale presidio della coscienza europea in lotta
contro la crescente occidentalizzazione/omogeneizzazione
delle proprie e multiformi peculiarità. Le
incursione anglo-americane e le conseguenti distruzioni
arrecate al popolo serbo ci ricordano che il nemico
principale è l'Occidente, quello stesso Occidente che
bombarda quotidianamente l'Iraq, si appropria con
rapacità delle risorse dell'intero pianeta, mette
ipoteche sul lavoro degli europei, specula sulle
economie del cosiddetto Terzo mondo, determina crisi
generalizzate ed endemiche in larghi settori
dell'economia mondiale. L'unica e necessaria risposta
alle tendenze totalizzanti del nuovo ordine mondiale
risiede pertanto nella organizzazione politica di un
blocco continentale europeo. Dalle considerazioni di
Kalajic emerge che l'unità geopolitica euroasiatica
potrebbe enuclearsi (e realizzarsi con successo se
l'opposizione nazional-comunista russa riesce a
prevalere sull'oligarchia el'ciniana) a partire
dall'asse prioritario Roma-Berlino-Mosca; noi a questa
terna aggiungeremmo anche Istanbul. La Turchia - attuale
e determinante testa di ponte per l'attacco militare che
i neocartaginesi muovono contro il nostro continente - è
infatti costitutiva sia di qualunque ipotesi
euroasiatista che di qualunque azione finalizzata al
riscatto continentale. Nel quadro della prospettiva
proeuropea, occorre superare però tutte le
incomprensioni e le diffidenze che, alimentate ad arte
dagli strateghi di Washington e Londra, provocherebbero
quelle "fratture culturali" già analizzate dai think
tank mondialisti e compiutamente espresse da Samuel
Huntington nel suo The clash of Civilizations? Se
tali fratture si realizzassero all'interno del nostro
continente esse innescherebbero un sicuro processo di
disintegrazione politica dell'Europa intera, facilitando
così l'egemonia anglo-americana.
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