"CARTHAGO DELENDA EST!"        DOCUMENTS

 
 
Tiberio Graziani 
POSTFAZIONE A "SERBIA, TRINCEA D’EUROPA"

 
 
"L'Europa, una volontà unica, formidabile,
 capace di perseguire uno scopo per migliaia di anni"
F. Nietzsche
Mentre mi accingo a scrivere questa postfazione - richiestami dall’amico Dragoš Kalajic per l’edizione serba del suo Serbia, trincea d’Europa -, il telegiornale passa la notizia di altri due omicidi compiuti ai danni del popolo serbo da parte di alcuni terroristi albanesi: seguita dunque la mattanza, iniziata, giova ricordarlo, ben prima dell’aggressione NATO al popolo jugoslavo.
Ora però, dopo il cessate il fuoco, il massacro seguita col benestare, perfidamente occulto, della KFOR: l’intera zona non deve essere affatto pacificata, devono rimanere tutte le tensioni possibili (1), immaginabili ed inimmaginabili, affinché sia necessaria e pertanto umanitariamente legittimata, agli occhi dell’opinione pubblica, la forza d’occupazione di una parte consistente del territorio federale.

Sotto questo aspetto persino la presenza militare russa, importante elemento di bilanciamento nei confronti delle forze alleate e, per alcuni versi, di garanzia nei riguardi dei Serbi, sembra rappresentare, nel gioco delle parti architettato dai politici di Washington, un alibi bello e buono, giocato anch’esso sulla pelle dei popoli jugoslavi: occorre tuttavia fare sempre i conti con i reali rapporti di forza, e constatare che la Federazione Russa è, nonostante l’attuale dirigenza, l’obiettivo geopolitico che a medio termine le forze NATO si sono poste di contenere ed influenzare, sul piano militare, attraverso una serie di partenariati con i Paesi dell’ex-blocco sovietico. In tale prospettiva, gli ultimi episodi secessionisti avvenuti in Daghestan, nonostante le pur presenti motivazioni endogene, d’ordine storico e religioso (2), non possono essere considerati disgiunti dalla ampia e complessa strategia antirussa che prevede da una parte il contenimento NATO, cui già abbiamo accennato, e dall'altro la costituzione di quella che Claudio Mutti, nella presentazione di questo volume, definisce "una dorsale pseudoislamica” tale da imprigionare “la Russia e tutta quanta l'area ortodossa", alimentata e finanziata “dall’Islam rigido dei sunniti wahhabiti, il cui centro è l’Arabia saudita” (3).

La presenza militare, oltre a limitare di fatto la legittima sovranità del governo di Slobodan Milosevic prelude, dietro i fantomatici aiuti per la ricostruzione, al condizionamento economico-produttivo (4) della ormai ridotta Repubblica Federale Jugoslava; è questo un copione già visto e recitato, sovente a malincuore, in primo luogo dall’Italia e dalla Germania, nell’ambito della pianificazione economica del Piano Marshall all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale.

Il dramma che, in questi anni, ha come protagonisti/vittime i popoli della ex-Jugoslavia, trova la sua immediata ragione d’essere nella tendenza mondialista ad allargare al massimo, nel continente euroasiatico, i propri spazi economici - in nome del cosiddetto libero mercato. E’ questa una tendenza sostenuta militarmente e politicamente, passo dopo passo, da strategie geopolitiche ben definite e mirate, come evidenziato peraltro dalle acute e ponderate considerazioni di Kalajic.
Analizzando gli ultimi dieci anni di storia europea anche dal solo, e pertanto riduttivo, punto di vista dei rapporti economici, è interessante notare come, a partire dal collasso dell’ex-impero sovietico, sia le Nazioni europee ad economia socialista che quelle dell’Europa occidentale con economia a forte partecipazione statale abbiano subito veri e propri cataclismi politici nonché la veloce disintegrazione di intere classi dirigenti e spesso una perdita e/o ridefinizione dei propri territori e confini.

Nell’est europeo la nascita della Confederazione degli Stati Indipendenti ha tentato di mantenere, per certi versi, peraltro limitati, alcune posizioni di autonomia dalla politica mondialista, ma di fatto ha svolto il ruolo di pompiere dei reali interessi popolari e statuali dei Paesi appartenenti all’ex-blocco sovietico; tale ruolo, ben compreso e stigmatizzato dall’opposizione nazional-comunista russa, ha posto in essere le premesse - tutte ancora da valutare - di un processo di transizione al mondo liberista che le incomprensioni, d’ordine esclusivamente mercantile che talvolta sembrano emergere, tra l’oligarchia che fa capo ad El’cin e i diktat del Fondo Monetario Internazionale (FMI) non fanno altro che accelerare. Altre due Nazioni, sempre dell’est europeo, hanno pagato pesantemente il loro obolo agli imperativi del nuovo corso liberista: la Cecoslovacchia, che ha perduto la sua unitarietà politico-amministrativa scindendosi in due repubbliche e divenendo quindi facile preda di investimenti usurocratici da parte della finanza internazionale, e la Romania che, appena saldato il debito contratto col FMI, ha dovuto sacrificare Ceausescu e cedere nuovamente ai ricatti della Banca Mondiale.

Ma se Atene piange, Sparta di certo non ride. Infatti nella parte occidentale del nostro continente abbiamo assistito, e tuttora assistiamo, allo sgretolamento progressivo dello stato sociale (baluardo residuale, quantunque degenerato e putrescente, di una economia e di una solidarietà sociale ancora connessa a interessi nazionali e di questi purtroppo il solo collante) dei principali Paesi (Italia, Francia, Germania), ed alla estromissione di intere classi dirigenti, politiche ed economiche (Italia)(5) . A tutto ciò si accompagna la crescente ondata migratoria che da oltre una quindicina di anni imperversa sull’intera Europa occidentale.

La disgregazione economico-sociale e la scarsa attenzione dei governi europei al problema dell’immigrazione favoriscono i flussi migratori, aumentandone il grado d’intensità e di pervasività, fino a determinare, da un lato, episodi incontrollabili di intolleranza - finora limitati e sporadici, e comunque confinati nell’ambito di epidermica reazione a fenomeni di microcriminalità -, e, dall’altro, la crescita macroscopica di organizzazioni criminali transnazionali di stampo mafioso a base etnica, che compromettono, drammaticamente, il controllo di ampi spazi territoriali (nazionali ed extranazionale, come nel caso dell’area adriatica) da parte delle normali forze di polizia ed alimentano, con i loro illeciti ricavati, quote sempre più crescenti e costitutive della finanza internazionale, che, poiché pecunia non olet, le tollera e pertanto le legittima.

L'immigrazione, fenomeno naturale e ricorrente nella storia dei popoli, assumendo sul finire del secolo proporzioni vieppiù gigantesche, date le condizioni storiche di sviluppo industriale del Nord del pianeta - per cui si può parlare di un vero e proprio “urbanesimo planetario” - diviene, oggettivamente, nel quadro delle strategie messe in atto dai governi degli USA e dagli organismi internazionali che fanno capo alle Nazioni Unite, un non trascurabile elemento aggiuntivo alla destabilizzazione e ridefinizione delle politiche economico-sociali dei Paesi dell’Europa occidentale (6), ove la presenza di residuali meccanismi economici ancora vincolati a interessi nazionali e statali limitano la completa globalizzazione dei mercati interni.

I fenomeni secessionisti, come quello del Kosovo e Metohija o del Daghestan, che esplodono apparentemente in nome del principio di autodeterminazione dei popoli o di una specificità religiosa, nella generalità dei casi (a causa della loro posizione geostrategica) sono pretesti, che danno un senso agli interventi umanitari ed al presidio militare dei governi di Washington e di Londra e pongono inoltre le premesse per la definizione di un nuovo diritto internazionale, una sorta di un parodistico Jus planetario. Tale diritto è determinato anche dall'attuale fase del complesso processo di globalizzazione, che, superato lo stadio che potremmo definire dei Trattati (GATT, ASEAN, NAFTA etc.), esige, in particolare in Europa, la eliminazione formale di qualunque entità geopolitica sovrana, che si frappone al suo sviluppo.

Oggi i micronazionalismi europei, lungi dal rappresentare una sana e giusta rivendicazione delle proprie particolarità e dignità, sono mine vaganti lanciate contro il nostro continente che potrà essere libero e sovrano solo se sarà unito, forte ed economicamente indipendente. E' proprio nella prospettiva dell'auspicata unità politica euroasiatica che la Serbia di Milosevic rappresenta, con il fermo e deciso no alle pretese dell'imperialismo atlantico, un primo e reale presidio della coscienza europea in lotta contro la crescente occidentalizzazione/omogeneizzazione delle proprie e multiformi peculiarità. 
Le incursione anglo-americane e le conseguenti distruzioni arrecate al popolo serbo ci ricordano che il nemico principale è l'Occidente, quello stesso Occidente che bombarda quotidianamente l'Iraq, si appropria con rapacità delle risorse dell'intero pianeta, mette ipoteche sul lavoro degli europei, specula sulle economie del cosiddetto Terzo mondo, determina crisi generalizzate ed endemiche in larghi settori dell'economia mondiale. L'unica e necessaria risposta alle tendenze totalizzanti del nuovo ordine mondiale risiede pertanto nella organizzazione politica di un blocco continentale europeo.
Dalle considerazioni di Kalajic emerge che l'unità geopolitica euroasiatica potrebbe enuclearsi (e realizzarsi con successo se l'opposizione nazional-comunista russa riesce a prevalere sull'oligarchia el'ciniana) a partire dall'asse prioritario Roma-Berlino-Mosca; noi a questa terna aggiungeremmo anche Istanbul. La Turchia - attuale e determinante testa di ponte per l'attacco militare che i neocartaginesi muovono contro il nostro continente - è infatti costitutiva sia di qualunque ipotesi euroasiatista che di qualunque azione finalizzata al riscatto continentale. Nel quadro della prospettiva proeuropea, occorre superare però tutte le incomprensioni e le diffidenze che, alimentate ad arte dagli strateghi di Washington e Londra, provocherebbero quelle "fratture culturali" già analizzate dai think tank mondialisti e compiutamente espresse da Samuel Huntington nel suo The clash of Civilizations? Se tali fratture si realizzassero all'interno del nostro continente esse innescherebbero un sicuro processo di disintegrazione politica dell'Europa intera, facilitando così l'egemonia anglo-americana. 
 

 NOTE
 

 (1) Il cosiddetto management of crises, cioè il mantenimento strategico di situazioni critiche, è stato recentemente messo in discussione, nei suoi risvolti militari ed economici, da Edward N. Luttwak nel saggio Give war a chance ("Foreign Affairs", 78, 4, 1999). Secondo Luttwak le continue interferenze delle Nazioni Unite nei conflitti ritardano le reali soluzioni di pace ed alimentano, sine die, il risentimento dei belligeranti che invece paradossalmente la guerra esaurirebbe. E.N. Luttwak (1942), specializzato in problemi militari, ha esteso l'applicazione della strategia ai fenomeni economici ed alle problematiche sociali. E' senior fellow presso il CSIS (Centro di studi strategici e internazionali) di Washington.

 (2) “Fino al 1928 esistevano (in Daghestan) circa 2000 moschee e circa 800 scuole islamiche. Le seconde furono chiuse e le prime ridotte a 17 dalle offensive ateiste di Stalin e di Kruscev. Furono chiusi gli oltre settanta luoghi sacri del Paese e i pellegrinaggi proibiti. Il Daghestan è stato il primo Paese dell’area Caucasia - Asia Centrale a essere islamizzato: per giunta, direttamente, dagli arabi, nell’VIII secolo. Ma non basta: al pari della Cecenia è stato centro delle due grandi guerre antirusse nel Caucaso di fine ‘700 e degli anni 1829 -1859” (Piero Sinatti, Un Paese “esplosivo” dove l’Islam si è radicalizzato, “Il Sole 24 ore”, mercoledì 11 agosto 1999).

(3)  Piero Sinatti, art. cit.

(4)   Già espresso, programmaticamente, da alcuni guru della finanza internazionale come G. Soros di cui vale la pena riportare quanto segue a titolo esemplificativo di un protocollo standard di pianificazione economico-politica incurante della libertà dei popoli e della dignità nazionale e sovranità degli stessi: “Non dobbiamo ripetere gli errori commessi in Bosnia. Gli sforzi di ricostruzione in Bosnia fallirono in quanto il territorio era troppo piccolo e le diverse entità di governo, da quella federale a quella locale, fecero pressioni per avere le mani in pasta. Questa volta il nostro impegno deve estendersi all’intera regione. Il punto è ben compreso dagli uomini politici. Il patto di stabilità per il sud-est europeo firmato in Germania – a Colonia il 10 giugno – rappresenta un eccellente punto di partenza. Esso stabilisce tre gruppi di lavoro: per la democratizzazione e i diritti umani; per la ricostruzione economica, lo sviluppo e la cooperazione; e per la sicurezza. Ecco quindi un quadro di riferimento che aspetta di essere utilizzato. Il nucleo essenziale del piano si basa su quattro passaggi: 1) l’Unione europea prende il controllo dei servizi doganali dei Paesi aderenti; 2) la Ue rimborsa i Paesi per la perdita delle entrate doganali tramite il budget dell’Unione. L’ammontare dei sussidi dovrebbe essere in ragione di cinque miliardi di euro all’anno. Ciò rientra perfettamente nell’Agenda 2000, approvata a Berlino. 3) La compensazione potrebbe riflettere la potenziale, piuttosto che l’effettiva perdita di introiti, ma la condizione per il sussidio dovrebbe essere strettamente legata ai risultati. Per esempio, in Serbia dovrebbero tenersi elezioni sotto l’egida dell’Osce come condizione per l’ottenimento dei sussidi. Questo costringerebbe alla resa Milosevic più delle bombe. 4) Con questo finanziamento della Ue, i Paesi dovrebbero muoversi verso l’euro (o verso il marco tedesco fino all’entrata in vigore della valuta unica europea) come moneta comune. La Bulgaria ha già introdotto un currency board basato sul marco tedesco; le altre nazioni non avrebbero neppure bisogno di un tale strumento. Insieme queste quattro misure creerebbero, in un primo momento, un’area di libro scambio simile al Benelux. Non appena l’Unione europea sarà soddisfatta dei controlli sulle dogane, potrebbe ammettere quest’area al mercato comune europeo. Il commercio di prodotti agricoli – il settore principale della regione – potrebbe rimanere soggetto a restrizioni, ma la Ue dovrebbe dimostrare una certa generosità perché il piano abbia successo. Il secondo passo dovrebbe avvenire entro un futuro ragionevole, diciamo due anni. In un futuro più lontano, i Paesi dovrebbero essere ammessi come candidati a Stati membri. Ulteriori passaggi saranno necessari: facilitazioni creditizie per la ricostruzione e gli investimenti; assistenza tecnica per stabilire le condizioni di legalità; sostegni all’educazione, formazione manageriale, mezzi di comunicazione indipendenti e società civile.” (G. Soros, Per una comunità dei Balcani, “Il Sole 24 Ore”, martedì 6 luglio 1999; cfr. anche Reconstruction, Soros sees a solution, intervista a Soros, “Newsweek”, 12 luglio 1999).

(5)  Per quanto attiene ridefinizioni d'ordine territoriale avvenute in Europa occidentale, si ricorda la riunificazione delle due Germanie. E' inoltre da tener presente il consolidamento di fenomeni localistici come quello rappresentato, in Italia, dalla Lega Nord le cui tesi separazioniste e strategie secessioniste mettono continuamente in discussione l'autorità dello stato nazionale italiano.

(6)  In Italia si prevede che nel 2004, su una popolazione complessiva di 54 milioni, oltre il 16% (circa 9 milioni) sarà costituita da immigrati. Questi dati suffragherebbero le tesi del ragioniere generale dello Stato italiano, Andrea Monorchio, che in un saggio di imminente pubblicazione, Dove va l’Italia, provocatoriamente, secondo l’opinion maker ed ex-ministro Alberto Ronchey, e demagogicamente (data l’importanza della funzione rivestita da Monorchio) per chi scrive, risolverebbe il problema della previdenza sociale demandandolo agli introiti che lo Stato acquisirebbe dalla forza lavoro degli immigrati. Cfr. Alberto Ronchey, L’immigrato pagherà la nostra pensione? La previdenza del ragioniere, “Il Corriere della sera”, mercoledì 18 agosto 1999. Tali tesi sono state condivise dal Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, vedi U. Gaudenzi, Fazio nuovo prosseneta dell'immigrazione selvaggia, "Rinascita", sabato 31 luglio 1999.

 


 
Pubblicato come postafzione all'edizione serba di
Dragos Kalajic, "Serbia; trincea d'Europa" (agosto 1999)

 
 

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