FOIBE E MONUMENTI

Sta facendo parlare in città l’iniziativa dell’associazione
“Promemoria” contro il previsto obelisco “pacificatore” che il Comune
di Trieste ha intenzione di erigere in piazza Goldoni quale monumento
alle “vittime di tutti i totalitarismi”. Va subito detto che tale
iniziativa non è dovuta alla fantasia della giunta Di Piazza, ma risale
ancora alla gestione di Riccardo Illy, persona che comunque sembra dare
particolare importanza al concetto di “pacificazione” e di
“riconciliazione”, dato che in una delle sue prime esternazioni dopo
l’elezione a “governatore” della Regione ha nuovamente manifestato
l’intenzione di indire una giornata pacificatrice tra Italia e
Slovenia, al momento dell’ingresso di quest’ultima nell’Unione Europea,
con cerimonie in quelli che è diventato in voga definire “luoghi
simbolo” della barbarie dei totalitarismi, cioè la Risiera di San Sabba
e la “foiba” di Basovizza.
A prescindere dalle connotazioni revisionistiche storiche di tali
iniziative, vorremmo iniziare a dire qualcosa in merito alla cosiddetta
“riqualificazione” di piazza Goldoni.
Piazza Goldoni non è che sia poi una gran bella piazza. Incastrata tra
le principali direttrici del traffico cittadino, piena di rumore e di
inquinamento, ha perso le sue iniziali connotazioni di piazza di
mercato e quindi di ritrovo; ciononostante, con quella miseria di
arredo urbano (quattro panchine e qualche aiuola con degli alberi
volonterosi che hanno resistito negli anni all’inquinamento del luogo),
è rimasta un punto di ritrovo di pensionati al mattino, di giovani nel
pomeriggio ed alla sera, punto base per decidere di andare da qualche
altra parte. Farne una spianata con obelisco, così come appare dal
progetto pubblicato sul “Piccolo”, è semplicemente demenziale.
Intanto non si riesce a capire perché i megagalattici progettisti della
“riqualificazione” urbana non riescano a considerare, nei loro
progetti, la possibile presenza di qualche zona verde (alberi, aiuole,
fiori, cespugli) e di panchine degne di questo nome (forse per non fare
concorrenza sleale ai locali che possono sistemare le proprie sedie
nelle zone riqualificate, cosicché chi si vuole sedere potrà farlo solo
a pagamento e non usare le gratuite panchine pubbliche?); ma poi ci
chiediamo il significato urbanistico di un obelisco e di una specie di
porticato stile Ventennio in una piazza ottocentesca. Non sarebbe
possibile lasciare le aiuole, magari curandole un po’ meglio, ed
impedire la sosta selvaggia dei motorini per fare di piazza Goldoni un
luogo vivibile, nei limiti del possibile stante la sua posizione in
pieno centro città? Oppure se non si parla di grandi opere non ci si
volta neppure indietro, in questi tempi di progresso?
Torniamo all’obelisco. Bontà loro, i progettisti hanno progettato un
“normale” obelisco e non hanno seguito l’esempio dei loro colleghi di
Crotone, dove è stato eretto un monumento dedicato sia ai caduti della
Repubblica sociale che della Resistenza, monumento che ha la forma
inequivocabile di un gladio romano (che vi sia qualche doppio senso non
tanto nascosto?), come vediamo in una foto pubblicata sul “Secolo
d’Italia”.
Però il senso del monumento è lo stesso: pacificare, ovverosia
parificare le vittime ai carnefici, senza stare a distinguere che
quando c’è una guerra, di solito c’è sempre qualcuno che la inizia, e
forse ha più torto di chi non avrebbe voluto farla però è stato
costretto a difendersi.
Così l’obelisco di piazza Goldoni servirà a ricordare alla popolazione
coloro che sono stati impiccati e fucilati nelle rappresaglie
nazifasciste, che sono stati massacrati in Risiera o nei rastrellamenti
in Carso ed in periferia; ma nello stesso tempo ricorderà anche quelli
che sono poi stati uccisi, per vendetta personale o condannati a morte
dopo processo in Jugoslavia. Ricorderemo così assieme ai caduti
partigiani del rastrellamento di Borst del 10/1/45 (Dusan Munih, Stanko
Gruden, Ivan Grzetic e Danilo Petaros, poi ucciso in Risiera), anche
uno di coloro che parteciparono al rastrellamento operato dalla “banda
Collotti”, Mario Fabian, infoibato a Basovizza. Ricorderemo un altro
aguzzino della “banda Collotti”, Alessio Mignacca, che fu fucilato a
Lubiana: era specializzato nella ley de fuga (sparò uccidendo Francesco
Potocnik e ferendo Roberto Caprini), ma fu responsabile di avere fatto
abortire una prigioniera picchiandola; lo ricorderemo assieme alle
persone che lui uccise.
Ricorderemo Ernesto Mari, capo degli agenti di custodia al Coroneo,
infoibato nella foiba Plutone, assieme agli agenti di custodia che egli
fece deportare in Germania e trovarono la morte nei campi, come
Salvatore Leone. Ma ricorderemo altri agenti di Collotti, Ferruccio
Soranzio e Domenico Sica, fucilati anch’essi a Lubiana: li ricorderemo
assieme alle vittime del rastrellamento di Longera del 21.3.45 (Andrej
Pertot, Pavel Petvar, Angel Masten ed Evald Antoncic) al quale essi
parteciparono attivamente; e Soranzio, partigiano traditore detto Crok,
lo ricorderemo anche assieme alle 25 vittime del rastrellamento di
Ronchi del 25.4.44, che furono deportate in Germania dopo la sua
delazione.
Potremmo andare avanti a lungo su questo argomento, ma ci fermiamo qui.
Un unico suggerimento: se si vuole ricordare assieme tutti questi
morti, lo si faccia almeno con una nota biografica a fianco di ciascun
nominativo, in modo che si sappia chi era civile, chi partigiano, ma
soprattutto anche chi era SS, chi della “banda Collotti”, chi delatore
e via di seguito.


La Redazione di "La Nuova Alabarda", Trieste