STRAGISMO, TERRORISMO E MENZOGNE

Le polemiche suscitate dalla relazione della Commissione-stragi, spingono a sostenere che l'ipocrisia sta assumendo forme farsesche e che gli apprendisti stregoni "democraxiani" sono i protagonisti dell'assetto politico attuale.
In un clima delirante, in cui dilaga il Daltonismo, si assiste ai balletti acrobatici dei Ds, alle fughe strategiche delle Vispe Terese, stile Francescato, alle "sparate", a corrente alternata del senatore Pellegrino. Il tasto dolente concerne il ruolo degli americani e "la strategia della tensione". I Ds, dapprima sembrano avere un rigurgito di dignità, ma tempestivamente ritrattano e invitano "a guardare il presente e non il passato". Intanto, Gustavo Selva, afferma che "le ritrattazioni non bastano, sono i Ds che non sanno fare i conti con le stragi e con il terrorismo".
Dinanzi all'ipocrisia, al ciarpame culturale e politico, alla rimozione ricorrente della memoria storica, occorre porre rimedio, e ciò impone di ricorrere alla "verità effettuale". Da qui l'esigenza di avviare un processo ermeneutico, per decostruire il passato e, nel contempo, per verificare la continuità esistente fra passato e presente.
In questa prospettiva, promuovendo un'analisi fenomenologica, è lecito focalizzare l'attenzione sul terrorismo, sulla mafia, su tangentopoli e sui complessi intrecci inerenti le diverse problematiche.
Per quanto concerne il terrorismo, il filosofo G. Marramao ha giustamente osservato che "non si tratta di perdonismo, né di grazia, e nemmeno di colpi di spugna. L'uscire dal terrorismo, infatti, deve coincidere con una riflessione di responsabilità comuni, per ridiscutere insieme le ragioni che hanno portato a scelte tragiche".
Si impone, pertanto, la necessità di aprire un ampio dibattito su un vasto capitolo della nostra storia. L'esorcismo giuridico non può essere considerato la panacea di tutti i mali, perché il nostro paese, se vuole uscire dalla rete delle collusioni, dalle ambiguità, ha l'obbligo morale di far luce sulle ragioni che hanno prodotto il terrorismo, ormai ritenuto estraneo alla nostra storia e alla nostra coscienza. E' necessario, invece, prendere atto che il problema non può essere affidato a una burocratica logica carceraria, né può essere decodificato, attribuendo le responsabilità a una sorta di psicosi collettiva o ai "cattivi maestri".
L'operazione odierna, che tende a mettere nel medesimo calderone tangentopoli e terrorismo, non solo è opinabile, ma anche deprecabile e strumentale. D'altra parte, oggi, vero e verosimile si mimetizzano e ciò consente ai buontemponi e agli impostori di suggellare un "far credere", inattaccabile, tanto si corazza del pensiero unico, divenuto ormai senso comune. Occorre, pertanto, demistificare le credenze profane, che perseguono l'obbiettivo di occultare la deriva di una politica, che è sprovvista delle sue insegne.
Negando "le verità" di una generazione pietrificata, è necessario mettere in luce che, per quanto concerne la mafia, è stata ed è impastata con pezzi del sociale, delle istituzioni, della politica, della finanza, sicché è proprio in questo contesto che vanno ricercate le origini di tangentopoli.
Il problema del terrorismo, invece, va decostruito all'interno del quadro politico e sociale degli anni 70. A questo punto non si può prescindere da un riferimento al 68, che non è stato un esempio di "immaginazione al potere", né "velleità poetica", ma esigenza legittima di avere il potere di decidere per costruire. Indubbiamente sul 68 esistono griglie interpretative divergenti, infatti ci sono i sostenitori della palingenesi e gli assertori del tutto negativo. Il prevalere di una tesi sull'altra è determinato dagli interessi di chi è uscito vincitore dal confronto. Vero è che il 68 non può essere recepito come una ubriacatura collettiva, come una parentesi dominata dalla violenza, come l'annichilimento della ragione.
Cercando nella rumorosa vitalità di ieri e vivendo nel deserto di oggi, emerge una sorta di continuità fra il 68 e il 77, infatti, si manifestano le medesime emergenze sociali, anche se i protagonisti dello scenario divengono più visibili nel 77.
Intanto, giova a questo punto, ricordare agli smemorati della seconda repubblica, che il clima di quegli anni mostra una fitta rete di omertà, di connivenze, di commistione di poteri ed è proprio in questo contesto che s'inscrive lo stragismo.
Il 12 dicembre 1969 esplode la bomba di Piazza Fontana: è la strage. Barbara, orrenda.
Con la strage si operò una frattura irreversibile in sede politica e sociale. Infatti, una parte consistente dell'apparato statale divenne criminale, e ciò è suffragato dal fatto che politici, poliziotti, agenti segreti, ministri cooperarono, per depistare le indagini e per rendere impunibili i delitti.
Ovviamente la strage di stato va contestualizzata in una fase storica, che vede il passaggio d'epoca della politica del Welfare al neoliberismo, sicché lo stragismo funge da fattore di contenimento socio-politico. Da qui le pratiche terroristiche esercitate dai servizi segreti e dai residuati fascisti.
In questo scenario, il terrorismo rosso diviene l'estrema ratio. In quest'ottica, una rivisitazione storica, scevra da pregiudizi, mette in luce che il terrorismo rosso assume l'espressione di una disperazione genuina di strati sociali ampi e ciò non può consentire di interpretare quel dramma in puri termini di "devianza" individuale o di gruppi ristretti.
Onde evitare fraintendimenti, è lecito sottolineare che tutte le forme di violenza sono deprecabili, anche perché con l'aberrazione del terrorismo, si sono potute celebrare le esequie di quegli anni.
Vero è che ogni guerriglia, soprattutto nella fase iniziale, si configura come una forma di lotta terroristica. D'altra parte, il termine "terrorismo" ha assunto una valenza negativa, perché conferita dalle classi dominanti; basti pensare che i nazisti definirono i partigiani "terroristi". Occorre ancora sottolineare che il Marxismo ha sempre condannato il terrorismo individuale di tipo anarchico, ma ha riconosciuto la validità del terrorismo della guerriglia in situazioni storicamente determinate. La Resistenza in Italia, la guerriglia partigiana contro i nazi-fascisti, è stata la traduzione pratica di questo principio.
Alle Brigate Rosse sono sfuggiti dettagli non trascurabili; ossia che di fronte non avevano la dittatura fascista, ma un assetto "formalmente" democratico; si sono così sopravvalutate le proprie forze, sottovalutando quelle dell'avversario.
Le osservazioni fatte perseguono l'obbiettivo di rilevare che quella violenza va distinta da quella criminale, perché aveva un profondo significato politico. Purtroppo, oggi i monologhi piccolo-borghesi trionfano, senza che nessuno possa contestarli.
Ma, come siamo giunti a queste amnesie, a questa memoria laconica, a questo oblio del presente? Stragismo, misteriose assoluzioni, la nefasta età craxiana, i compromessi "storici" del Pci, globalizzazione e modernizzazione, hanno decretato l'instaurarsi di un sistema capitalistico-totalitario. Ciò ha generato una società unidimensionale, che assorbe tutte le opposizioni nel regno della politica e della cultura, determinando l'atrofia degli organi mentali, necessari per avviare un processo critico e affermare alternative.
Un quesito si pone perentorio: ma distruggere il libero sviluppo di facoltà e bisogni umani, non è forse una forma di violenza? E' evidente che, al di la delle sterili e contingenti polemiche, che enfatizzano l'indulto e l'amnistia, emerge un'inquietante debolezza dei soggetti politici e la mediocrità del quadro storico. D'altra parte, a ogni emergenza, da trent'anni a questa parte, ha fatto seguito un infittirsi di misteri, concernenti lo stragismo, il terrorismo, la mafia.
La verità è che manca la volontà politica di dipanare il bandolo della matassa, di denunciare responsabilità, di mettere a nudo la vergognosa collusione di tutti i poteri forti. In realtà sperare in una svolta è una vana illusione e ciò è suffragato da una miseria morale e politica senza fine.
Preso atto che la pseudosinistra governativa vive in una bolla virtuale, che non consente autocritica, analisi e sintesi, non può stupire che continui la corsa al centro. Il dettaglio che sfugge è che, quando manca una progettualità alternativa forte e si tende alle ammucchiate, allora prevalgono le forze retrive e reazionarie. In un teatro dell'assurdo, invece, si rivisitano, sia pure in guise diverse, le coordinate portanti degli anni 70; infatti, anche oggi, il capitalismo, per consumare il massacro sociale, si avvale dei "compromessi storici" tra Dc e sinistra, e ciò, ovviamente, non consente di far luce né sui misteri di ieri, né sui "misteri" e sulle violenze criminali di oggi.
Pertanto, valicando il torbido condominio della politica governativa, occorre smascherare tutti gli atti criminali del sistema.
Sono state, infatti, criminali le bombe Nato nei Balcani; sono state criminali le discariche belliche nel Mediterraneo; è stato criminale l'episodio del Cermis; è stato un atto criminale consegnare Ocalan ai carnefici; è criminale lo stillicidio dei morti sul lavoro; sono criminali la miseria e l'esclusione.
Ne consegue che le forze antagoniste, difendendosi dagli sciacallaggi dei maneggiatori di idee, devono perseverare nelle lotte, in modo più organico, contro questo nuovo impero che sta suggellando la barbarie. A questo proposito Toni Negri, nel suo libro "Kairòs, alma venus, multitudo", sostiene, parlando della post-modernità, "che Kairòs, ossia l'atto di scoccare la freccia, è l'occasione ontologica, assolutamente singolare di nominare l'essere a fronte del vuoto anticipando e costruendo sull'orlo del tempo... e di adeguare così il nome all'evento e di costruire la legittimazione non sopra o oltre ma dentro la cosa comune". Ciò significa rottura di ogni tautologia post-moderna e quindi rinnovamento autentico.

Wanda Piccinonno
L'Avamposto degli Incompatibili