25 APRILE 2000

Valicando i limiti della retorica e della fattualità mistificata, fuori dai cori e dai riti d'istituzione, occorre porre un inquietante interrogativo: quale significato politico assume oggi il 25 Aprile? Da un'analisi sull'archeologia del nostro tempo si evince che dilagano i parametri del pensiero unico, che destoricizza e decontestualizza ogni evento, eliminando così la "ruminatio", ossia l'elaborazione di un pensiero critico. L'imperversare della logica mercantile, la pervasità del potere mediatico, la potenza demiurgica del mercato globale, la logica totalizzante dell'impresa, stanno generando l'inattualità di imperativi etici inconfutabili. In questo contesto, la memoria sta diventando rapidamente obsoleta, sicché date di altissima valenza politica e storica, come il 25 Aprile, si traducono in vuote celebrazioni.
L'Italia, pur iscrivendosi nel quadro della globalizzazione, in nome della modernizzazione e di una aberrante tendenza alla riconciliazione unanimistica, sta banalizzando il significato di parole chiave e di date storiche, pregne di valori imprescindibili. In quest'ottica, il 25 Aprile, fulgido simbolo della liberazione dalla barbara oppressione fascista, viene percepito come momento di pacificazione omologante, che, arbitrariamente, mette nel medesimo calderone, vittime e carnefici, oppressi ed oppressori. Ciò conferma, come voleva Wittgenstein, che tutti i linguaggi sono legati ad una forma di vita, e pertanto "l'uso" delle parole è connesso allo scopo. Preso atto che un lessico non è una sequenza amorfa di un vocabolario, ma cela significati sociali e culturali, giova rilevare che le crepe profonde attuali affondano le loro radici nel passato. La mutazione viene da lontano, infatti, dallo stragismo fino alla nefasta età craxiana, si è potuto registrare uno straripamento verso il basso. Il consociativismo, il relativismo decisionale, la dissoluzione di ogni identità politica, l'economicizzazione della vita della polis, hanno via via determinato la sospensione del significato delle parole.
Democrazia e autoritarismo, destra e sinistra, normale e anormale, sono diventate parole indefinibili. Il problema è che a forza di decontestualizzare i concetti, non solo è tramontata la politica, ma si è oscurato anche il mondo della significazione sociale, delle identità e delle differenze. Ciò consente, forme di xenofobia e di razzismo, esclusioni, lo smantellamento dello stato sociale, la deriva dell'assetto democratico e l'azzeramento dello stato di diritto, tout court. Purtroppo, la rimozione della memoria storica sta eliminando anche il concetto di pacifismo giuridico, strettamente connesso ai patti stipulati dopo la seconda guerra mondiale, sicché i principi di diritto nazionale e internazionale, vengono stracciati, in nome delle "ingerenze umanitarie". Ciò non può stupire, perché il nuovo ordine planetario è caratterizzato da processi di ricolonizzazione e da neoimperialismi, che innescano inquietanti spirali di violenza. In questa prospettiva, la normativa della guerra non è uno stato di eccezione, ma è un paradigma che sta assumendo il ruolo di fattore di regolazione e di legge del politico.
Dalle osservazioni fatte, si evince che cause indogene ed esogene, interagendo, hanno ridotto la politica ad amministrazione e la democrazia a mera rappresentazione. Le ambiguità, i compromessi, i giochi delle parti, le opportunistiche assenze e le elettoralistiche presenze stanno negando quel catalogo di diritti, universalmente validi.
Una sorta di "assoluto", che è "come una notte in cui tutte le vacche sono nere", hegelianamente parlando, sta imponendo gli stereotipi culturali della destra. Da qui la personalizzazione della politica, il protagonismo, il dominio della retorica, le schermaglie tattiche, gli attacchi mortali alla Costituzione e il prolificare di piccoli Haider. D'altra parte, il fascismo al di là della collocazione cronologica, è una categoria della storia, che si manifesta, in guise diverse, nei periodi di crisi. A questo punto il quesito che si pone è: dobbiamo, dunque, accettare questo crepuscolo, che sembra una notte senza aurora?
L'ETICA DELLA RESPONSABILITA' E L'OTTIMISMO DELLA RAGIONE SPINGONO AD OPPORRE UN GRAN RIFIUTO.
Ciò s'impone, anche perché non possiamo oscurare con gli strati opachi della memoria, le vittime della Resistenza, che, con il volto rigato di lacrime, come effigi inquietanti, gridano ancora: "libertà, giustizia, eguaglianza".

CONTRO IL FASCISMO DI IERI, CONTRO I FASCISMI DI OGGI,

OCCORRE RINNOVARE I VALORI DELLA RESISTENZA,

QUEST'ULTIMA INTESA, PERO', NON NELL'ACCEZIONE

BORGHESE,

MA COME PROGETTO DI RADICALE MUTAMENTO

DELLA SITUAZIONE ESISTENTE.

Wanda Piccinonno      
L'Avamposto degli Incompatibili