L'Europa
presti più attenzione e solidarietà ai refusniks
Intervista
di Italo Arcuri
a Raya Cohen
(storica
israelana che insegna all'Università di Napoli)
"Israele non riconosce il diritto all'obiezione di
coscienza, per cui coloro che rifiutano di arruolarsi
sono comunque convocati e inquadrati nell'esercito e subiscono le regole
militari. Sono di solito processati per il rifiuto di
un ordine militare e rischiano, in teoria, una sentenza severa (formalmente
fino all’età di 45 anni) o sono umiliati e riformati in quanto mentalmente
disabili². È quanto afferma Raya Cohen,
docente israeliana di storia, che si occupa di storia ebraica contemporanea e
che insegna all'università Federico II di Napoli, in un'intervista al nostro
giornale, a proposito dei refusniks.
Chi sono e cosa rischiano i refusniks?
Israele non riconosce il diritto all'obiezione di coscienza e
non prevede servizio civile alternativo. Coloro che rifiutano di arruolarsi
sono comunque convocati e inquadrati nell'esercito e
subiscono le regole militari. Sono di solito processati
per il rifiuto di un ordine militare e quando escono ricevono un nuovo ordine e
così via. Rischiano, dunque, in teoria, una sentenza severa (formalmente fino
all'età di 45 anni) o sono umiliati e riformati in quanto
mentalmente disabili. Tutti coloro che rifiutano il
servizio militare per ragioni politiche sono chiamati ³rifusniks².
Nel 2003, sullo sfondo della brutale repressione dell'Intifada, dopo aver passato un anno in carcere, 5 rifusniks sono stati giudicati tutti insieme da un
tribunale militare. Sono stati condannati per un altro anno di carcere e poi
riformati, alla fine, come ³inadatti². Da allora sembra che l'esercito cerca di
non arruolarne più di uno alla volta, perché così i rifusniks cedono prima. Di solito, l'esercito cerca di
evitare il confronto con gli obiettori e li dichiara ³inadatti², tramite una
commissione militare. Esiste anche una commissione militare interna, a cui è
difficilissimo avere accesso, che ha riformato qualche soldato in quanto pacifista ³totale², cioè, che non fa critiche
specifiche contro l'esercito israeliano. Solo quelli che insistono sul loro
diritto di essere riconosciuti come obiettori di coscienza, perché non vogliono
partecipare all'occupazione israeliana, sono processati. Essi rimangono in
carcere finché sono sostenuti all'esterno dai movimenti, per poi continuare la
loro lotta pacifista contro l'occupazione².
Quale è stato
il percorso che ha portato a dichiararsi ³refusniks²
i ragazzi recentemente incarcerati?
“Nel marzo del 2005, oltre 250 liceali si sono organizzati
indipendentemente da altri gruppi e hanno firmato una lettera aperta nella
quale hanno dichiarato di rifiutare ³di prendere parte alla politica di
occupazione e di oppressione² e hanno chiesto di servire la società israeliana
in modo alternativo. Fra essi c'erano i 7 incarcerati
e tanti altri che sono stati riformati. Da storica, posso dire che mi stupisce il fatto che giovani che sono stati educati nelle
scuole d'Israele, i cui confini riconosciuti sono letteralmente spariti dalle
carte geografiche, che studiano a ³Shomron, Jehuda e Gaza², nomi biblici dei territori Palestinesi
occupati, ai quali non insegnano che ³sotto Israele c'è la Palestina²,
cresciuti tra eventi violenti, atti di terrorismo e ³uccisioni mirate², sentano
il bisogno personale di non partecipare alla repressione dei palestinesi. Molto
spesso sono giovani che non hanno mai incontrato dei palestinesi, ma sognano un
futuro non violento a loro e a se stessi. Il rifiuto di arruolarsi è una
decisione difficile, di coscienza appunto, perché nell' ³etos² israeliano l'esercito è la garanzia per la vita
nazionale, quello che deve affrontare le minacce militare sull'esistenza dello
Stato. Ma nessuno in Israele considera che controllare la vita di 4 milioni di
Palestinesi contribuisca alla sicurezza di Israele
stessa. La Palestina non ha un esercito e non possono minacciare la sicurezza
dello Stato. Invece, da 40 anni l'esercito israeliano è coinvolto in
repressioni, in ³guerre sporche² in mezzo alla popolazione civile palestinese,
che non può risultare una ³vittoria². La difficile
esperienza che subiscono i soldati nell'affrontare la
popolazione civile provoca un ³rifiuto differenziale²: un movimento di ³soldati
contro il silenzio² che denuncia i crimini di guerra a cui i soldati
(riservisti) sono stati testimoni; a gennaio 2002, 650 ufficiali hanno deciso
di rifiutare di servire nei territori occupati; nel settembre del 2003, 27
piloti hanno rifiutato di eseguire un ordine illegale e immorale.
Il loro atto di ribellione e di coraggio come viene
percepito dall'opinione pubblica israeliana ed europea?
La simpatia che l'Europa può portare nei loro confronti è molto importante, dato che si tratta
innanzitutto di resistenza difficile dal punto di vista psicologico e sociale,
e non tanto fisica. L'isolamento di tutti quelli che protestano fa sì che alla
fine anche essi cedano e si chiudano dentro, nel loro
mondo personale, sfuggendo alla politica.
C'è qualcosa che l'Italia e l'Europa possono fare? Secondo lei, storica, che
conosce molto bene la realtà israeliana, come si può risolvere la questione israelo-palestinese?
Il problema è che mediamente in Europa ci si
interessa poco di questa resistenza interna e pacifica. Ciò avviene per
due motivi: il primo, perché si tratta di poche voci e non di una forza ³che
conta²; il secondo, perché si tende ad accettare la repressione militare dei
palestinesi, proiettando su di essa la paura che crea
la guerra contro il terrorismo in Europa. Il primo motivo mi sembra sbagliato
perché non c'è un'opposizione più pertinente di questo
rifiuto, dato che solo grazie all'esercito, cioè alla politica di forza,
Israele può imporre le sue ³soluzioni² al conflitto con i palestinesi. Il
secondo motivo mi sembra anche sbagliato, perché, almeno fino ad ora, il
terrorismo palestinese è nutrito dall'occupazione israeliana e a dall'isolamento economico che è stato imposto, piuttosto
che dal terrorismo internazionale. Colui che cerca di
ridurre la possibilità che diversi movimenti sovranazionali
trovino grande eco nei territori occupati deve assicurare che la situazione
politica ed economica rafforzi il quadro nazionale palestinese. Uno stato
palestinese sovrano, accanto ad Israele, ridurrà la violenza fra le due parti
al minimo e permetterebbe di trovare una coesistenza
in futuro. Non esiste un'altra soluzione, dato che
nessuna parte è abbastanza forte per imporre una soluzione all'altra, ed
entrambe non hanno un'altra patria per andarsene.
Un suo nipote, in Israele, adesso, rischia di finire in prigione, perché refusniks. Proprio partendo da questa sua esperienza
diretta, vuole lanciare un messaggio all'opinione pubblica italiana?
Mio nipote, Omri Evron,
sta scontando 14 giorni di carcere militare in isolamento; ha rifiutato di
indossare la divisa ed è rimasto in mutande per 3 giorni (Haaretz,
18.10.2006). Se dovessi lanciare un appello non
sarebbe certo solo per mio nipote ma per la liberazione di tutti prigionieri pacifisti,
israeliani e palestinesi, che sono imprigionati solo perché si sono opposti
all'occupazione. Come scrive Evron nella sua lettera:
³Il mio rifiuto serva a portare l'attenzione sul fatto che non tutti sono
pronti a farsi indottrinare e cooptare per cause nazionaliste e razziste². In particolare, mi rivolgerei ad Amir Peretz, il ministro della difesa: l'unico che possa
riformare un soldato per ragioni ideologiche.
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Dunque Omri
Evron sta scontando i (primi) 14 giorni di carcere
militare, in isolamento perché ha rifiutato anche di indossare la divisa (è
rimasto in mutande per 3 giorni e non ha diritto di avere libri; intanto lo
hanno processati di nuovo per rifiuto di indossare la divisa ...). Insieme a lui c'è un altro giovane, Yakir Perez, che anche lui ha rifiutato di arruolarsi.
Come possiamo aiutarli?
1. diffondere le notizie.
2. scrivere e-mail
-al ministro della
difesa, l'unico che può reformarle per motive di
coscienza.
Amir Peretz, Ministro della Difesa
Ministero della Difesa <sar@mod.gov.il>
Fax 00 972 3 696 27 57
00 972 3 691 69 40
37 Kaplan St.Tel
Aviv 61909, Israel
(con copia eventualmente alla zia Raya,
Raya Cohen
<rayacn@tiscali.it> )
- all'Ambasciata
Israeliana a Roma: <amb-sec@roma.mfa.gov.il>
Fax 06 36198555
(con copia eventualmente alla zia Raya,
Raya Cohen
<rayacn@tiscali.it> )
3. protestare
davanti l'ambasciata, chiedendo il rispetto dei diritti degli obietori di coscienza.
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Per altre informazioni, ecco diversi siti di rifusniks:
Sito di Yesh Gvul : www.yeshgvul.org/
Sito di New Profile:
www.newprofile.org/