Spesso la direzione risultante del movimento reale e’ la derivata prodotta da forze trainanti in versi differenti.
Lo studio e l’individuazione di tutti i versi aiuta nella ricerca e nella definizione della risultante ultima del movimento reale.
Cosi’, l’esito apparentemente imprevedibile puo’ essere analizzato nella propria essenza superandone l’apparenza fallace.

Lo stato delle cose produce l’ esito imprevedibile.


Il movimento sovrastrutturale di adeguamento al movimento reale della materia, prima di essere criticato e combattuto, va conosciuto; da qui, l’esigenza di definire meglio l’attuale tendenza al bipartito, che anche dal punto di vista illusorio del parlamentarismo, lascera’ poche speranze a settori proletari ancora influenzati dalla dannazione elettoralistica.

Noi, che abbiamo interesse piu’ a questi ultimi che a pseudo strutture di movimento, crediamo giunto il momento di fare una proposta di largo respiro, direttamente ai soggetti ed alle singole individualita’ sociali, che critichi ed oltrepassi sia il bipartito che la conseguente frammentazione proporzionalista, cui pur partecipano istanze politiche e sindacali del cosiddetto movimento.

La crisi del sindacalismo di base, la sua insufficienza ed inadeguatezza, la perdita della scommessa concorrenziale con il sindacalismo confederale di stato, sono per noi solo un aspetto della piu’ generale critica del vertenzialismo contrattualistico in se.

Oggi, porre anche solo la questione di una ritirata ordinata di classe attraverso un reale recupero salariale e’ un problema politico che tira in ballo compatibilita’ europee, patti di stabilita’, neoconcertazioni.

Oggi, porre anche solo la questione della “garanzia” della schiavitu’ salariata e’ un problema politico, che attenta ai vincoli continentali.

Il problema e’ quello di superare la frammentazione vertenziale locale per giungere alla generalizzazione politica di classe.

Per questo dobbiamo costruire lo strumento del collegamento tra la scissione materiale nella specificita’ di settore e la rottura teorica del comunismo.


L’imbarbarimento tipico della societa’ capitalistica e della metropoli imperialista, assume in Europa ( ed in Italia ), un aspetto particolare.

Il lungo ciclo di riflusso della lotta di classe sta producendo una sorta di fermo immagina sociale e politico, impermeabile a cambi di governo ed a “rivoluzioni giustizialiste”.

L’aumento e la differenziazione della stratificazione sociale tiene in scarso conto le evoluzioni ed i trasformismi sovrastrutturali, provocandone una costante situazione di inadeguatezza.

L’altra faccia della deregulation del lavoro salariato e’ la formazione ed il consolidamento di un blocco sociale misto, proprietario, portatore delle ideologia di legge, ordine e sicurezza.

A questo blocco sociale misto ( borghesia + piccola borghesia plurireddito ), in assonanza con le necessita’ Europee, occorre una ristrutturazione di sistema, che fluidifichi i meccanismi di funzionamento dello stato ed acceleri il processo di adeguamento ai vincoli imposti dalla competizione continentale sul mercato mondiale.

Se da un lato questa esigenza trova riscontro e rappresentanza trasversale in lobby economiche e politico-parlamentari, dall’altra, diffuse sono le resistenze dell’euroscetticismo nordista in connubio con il localismo della spesa pubblica corrente.

La dialettica e lo scontro tra queste due filiere del comando capitalista, ed il riflesso nel turbolento cammino verso la semplificazione bipartita, sono alla base dell’odierno impasse di sistema.

E’ un impasse, un rallentamento, che non fermera’ il processo semplificativo e di cessione di sovranita’ statual-nazionale al blocco europeo, ma ne rende tuttora inadeguato il ritmo e la scansione temporale, provocando insieme alla sfasatura tra struttura e sovrastruttura una continua fibrillazione politico-elettoralistica.

Questa situazione di stallo, di scarsa decisionalita’ degli esecutivi, di guado non ancora oltrepassato dalle repubbliche funzionali, e’ la base materiale del diffondersi delle ideologie e delle statistiche di stato su presunte “mucillagini”, “spappolamenti e coriandoli sociali”.

Il perpetuarsi della instabilita dello stato delle cose concrete viene unitariamente, ed interamente scaricato sul proletariato, vittima di una progressiva spoliazione di garanzie, diritti e conquiste realizzate nel passato ciclo dominato dal sistema del welfare clientelar-partitico.



Stiamo vivendo i tempi dell’attacco conclusivo al vecchio sistema contrattuale, alla sua unicita’ nazionale, al posto del quale va sostituendosi il sistema decentrato, legato alla produttivita’ territoriale ed alla meritocrazia individuale; la discrezionalita’ aziendale ed il comando padronale, sancite dall’aggiornata concertazione sindacale nei bidoni contrattuali, annullano ogni difesa collettiva, sindacale e normativa.



Gli operai stanno rimanendo da soli, e forse, ne stanno prendendo coscienza.

Lavorano sempre di piu’, sempre piu’nell’incertezza, sempre peggio, con sempre minore sicurezza, con maggiori pericoli e nocivita’, e vanno in pensione sempre piu’ tardi, quando ci vanno.

Il movimento reale sta determinando una oggettiva scarnificazione degli orpelli, delle giustificazioni morali ed ideologiche, dei tentativi di addolcimento, intorno alle classi sociali.

Tra le nebbie della nuova complessita’ sociale, la violenta divisione di classe comincia a farsi distinta, ed a non trovare soluzioni compatibili.



Il comunismo e’ attuale.


Il comunismo, ci dice Marx, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale, un'utopia, una filosofia, una concezione del mondo; è un movimento reale, è l'intero processo del divenire, una realtà che produce i suoi effetti già nel presente, ora che stiamo scrivendo; è il concreto movimento materiale verso una superiore organizzazione sociale, che nella società borghese tende al comunismo facendo leva sulla forza storica del proletariato.I comunisti  non sono quelli che "vogliono" il comunismo, materialisticamente lo vedono già all'opera nelle continue trasformazioni e negli incessanti processi che rendono obsoleta questa storicamente
determinata forma economico-sociale che è il capitalismo.

I comunisti non sono anticipatori di un modello ideale ma indagatori, scopritori, detective, di un corso materiale di avvenimenti, rilevatori di fenomeni e rivelatori di leggi, portatori di un metodo deterministico e unitario, di una forza reale - non soggettiva- che innerva i cuori e le menti dei proletari e orienta, al tempo stesso, il movimento della classe nel senso del suo divenire storico.
Lo stato delle cose ci mostra evidente la crisi sistemica del capitalismo senile; molti sono i punti in discussione e non è certo possibile darne esauriente trattazione in questo ambito (accenneremo comunque ad illustrarne
alcuni), ci limitiamo così ad un "elenco della spesa" che può trovare una prima risoluzione nella riunione del 2/03.


I nostri compiti


LA LEGGE DELLA MISERIA CRESCENTE
E LA FINANZIARIZZAZIONE DELL'ECONOMIA

Le 300 multinazionali maggiori controllano un terzo delle attività produttive mondiali e oltre la metà degli investimenti diretti esteri. Le 500 multinazionali maggiori sono responsabili per circa il 70% del commercio internazionale.

Questa enorme concentrazione del potere economico diventa ancora più evidente nella sfera finanziaria; a conferma lampante della teoria marxiana della concentrazione e centralizzazione del capitale. Ma cosa significa tutto ciò per la classe lavoratrice? i 75milioni circa di lavoratori impiegati dalle multinazionali rappresenterebbero solo il 5% della forza lavoro operaia; ciò significa che, estrapolando questa
tendenza il proletariato sta scomparendo? Certamente no. Non vi può essere capitalismo senza proletari; l'essenza del capitalismo è la produzione di valore e plusvalore, e solo i lavoratori possono produrre
(plus)valore, e nella produzione va cercata l'origine di ogni crisi. Senza operai non ci potrebbero essere capitalisti, ci sarebbe solo produzione semplice di merci.


I dati della centralizzazione capitalistica sottolineano sia la difficoltà di realizzare il valore e il plusvalore prodotti sia la "miseria" crescente e la precarietà della condizione proletaria in tutte le società dal 1° al
3°mondo. Nella precarietà dell'esistenza va messo in conto il numero degli assassinati sul lavoro, gli stessi pennivendoli della borghesia (nello specifico Gad Lerner su Repubblica) ci informano che: "nei soli primi 3
mesi del 2007 si sono contate più vittime del lavoro di quanti non siano stati tutti i morti degli anni di piombo, stragi comprese"; e ovviamente si preoccupano e paventano "l'esito imprevedibile" che può avere il nuovo
conflitto operaio scatenato dall'insicurezza e dai bassi redditi.


L'ESITO IMPREVEDIBILE SIAMO NOI!

"QUANTO MAGGIORI SONO LA RICCHEZZA SOCIALE, il capitale in funzione il volume e l'energia del suo aumento, QUINDI ANCHE LA GRANDEZZA ASSOLUTA DEL PROLETARIATO E LA FORZA PRODUTTIVA DEL SUO LAVORO, tanto maggiore è l'esercito industriale di riserva.La forza lavoro disponibile è sviluppata dalle stesse cause che sviluppano la forza d'espansione del capitale. La grandezzaproporzionale dell'esercito industriale di riserva cresce dunque insieme alle potenze della ricchezza.

Ma quanto maggiore sarà questo esercito di riserva in rapporto all'esercito operaio attivo, tanto più in massa si
consoliderà la sovrappopolazione la cui miseria è in proporzione inversa del tormento del suo lavoro.

Quanto maggiore infine lo strato del Lazzari della classe operaia e l'esercito industriale di riserva, tanto maggiore il pauperismo ufficiale.

QUESTA E' LA LEGGE ASSOLUTA, GENERALE DELL'ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA...

...ma tutti i metodi per la produzione di plusvalore sono al tempo stesso metodi dell'accumulazione e ogni estensione dell'accumulazione diventa, viceversa, mezzo per lo sviluppo di quei metodi. Ne consegue che nella
misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell'operaio QUALUNQUE SIA LA SUA RETRIBUZIONE, alta o bassa, deve peggiorare.La legge infine che EQUILIBRA COSTANTEMENTE SOVRAPPOPOLAZIONE RELATIVA, OSSIA L'ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA, DA UNA PARTE E VOLUME E ENERGIA ELL'ACCUMULAZIONE DALL'ALTRA, incatena l'operaio al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa legge determina una ACCUMULAZIONE DI MISERIA proporzionata all'ACCUMULAZIONE DI CAPITALE."....

(Karl Marx il Capitale libro I cap.XXIII par.4).


Gli economisti "volgari" al servizio della borghesia ci indicano come livelli patologici della disuguaglianza: "quando la parte di reddito che al 20% alla popolazione più povera è inferiore al 5% è la parte che va al 20%
più ricco supera il 45%". Gli Stati Uniti sono al 4, 8 e 45, 8; Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, ovvero il nucleo forte dell'UE, sono all'8,5 e 38,5, e questi indici sono in continuo peggioramento. In realtà la miseria crescente e la precarietà come condizione permanente per i proletari non necessitano di prove. "In effetti non occorre tanto dimostrare la legge in quanto tale ma il fatto che essa è soggiacente a una realtà che invece si ritiene normalmente superabile. Essa si regge su un fatto assiomatico: è del tutto evidente che l'aumento della produttività (produzione di più merci con meno operai) e quello della popolazione operaia occupata sono incompatibili, a meno di non aumentare in modo esponenziale i consumi, che però non possono aumentare
se una parte crescente della popolazione non percepisce salario ecc.,
in un circolo vizioso di variabili dipendenti" (N+1 n.20 dicembre 2006).


In tal senso le varie richieste di reddito di cittadinanza, di minimo vitale e consimili svelano la loro natura di conservazione dell'esistente, al pari delle chiacchiere sui bilanci partecipativi e a tutto l'armamentario opportunista del cosiddetto "movimento".
Il capitale finanziario sembra oggi aver superato la forza economica degli stati nazionali e delle banche centrali ( e non solo degli stati "falliti" o pseudoindipendenti). Ogni giorno oltre 1200 miliardi di dollari si muovono
per i mercati finanziari internazionali alla ricerca continua di profitti da speculazione. E' una quantità gigantesca, i cui movimenti non solo causano la volatilità dei tassi di interesse, ma influenzano e dettano ( spesso ) le politiche economiche degli stessi contrapposti imperialismi. Questi dati devono però essere messi nella giusta prospettiva. Se è vero che i flussi di capitale sono mossi prevalentemente dalla speculazione, l'origine di queste enormi masse di capitale finanziario risiede nel fatto che quel capitale che non riesce a trovare, né può oggi trovare, uno sbocco vantaggioso nella sfera della produzione tenta la sua fortuna in operazioni finanziarie e speculative. Da questo punto di vista la grandezza dei capitali finanziari in cerca di profitti è indice della gravità della crisi economica attuale in cui versa il capitalismo senile. Inoltre la cosiddetta globalizzazione dei mercati finanziari deve essere percepita come una nuova forma di appropriazione di plusvalore internazionale ( la guerra in Iraq non per il petrolio bensì come appropriazione indiretta di plusvalore altrui).


Ciò è collegato al signoraggio. Entro certi limiti, il signoraggio significa essere in grado  di stampare carta moneta con cui si può comprare valore reale (merci) senza dover dare in cambio nessun valore reale. Le nazioni
che possono esercitare il signoraggio sono quelle la cui moneta è la moneta internazionale (oggi il dollaro USA, in fieri l'euro, se l'UE non imploderà prima, in prospettiva lo yuan)
perché la loro forza economica, e in ultima analisi il loro livello di produttività è costantemente maggiore di quello delle altre nazioni, ma, ulteriore contraddizione, gli USA non sono più la potenza economicamente dominante. Ne consegue che la "globalizzazione" dei mercati finanziari riflette una lotta fra monete (per conto dei rispettivi imperialismi) in concorrenza per il ruolo di moneta internazionale (e di imperialismo dominante), al fine di appropriarsi di gigantesche quantità di plusvalore mondiale come una ricompensa per aver raggiunto una posizione economica, tecnologica-politico-militare dominante; e in questo senso che gli Stati Uniti sono materialisticamente determinati a fare gli Stati Uniti, non certo per la volontà politica del Bushismo.
Il concetto di globalizzazione celebra  la sconfitta del cosiddetto "comunismo" (il socialismo reale), dell'impero del male che impediva le magnifiche e progressive sorti del capitale, il concetto attualizzato di imperialismo (realtà economico-sociale non politica) dimostra che, dopo la sconfitta storica della classe lavoratrice internazionale, siamo in una nuova fase in cui le contraddizioni capitalistiche emergono di nuovo, sia nelle loro
forme tradizionali, sia in nuove, ma forse ancor più pericolose forme.

Mentre il concetto di globalizzazione sottolinea gli aspetti speculativi dei movimenti del capitale la teoria dell'imperalismo percepisce tali movimenti sia come l'effetto di una crisi immanente, sia come una gigantesca lotta per la redistribuzione di valore e di plusvalore.
Mentre la nozione di globalizzazione percepisce le nuove tecnologie (create e al servizio del capitale) come la fonte di un nuovo e generalizzato benessere, quella dell'imperialismo vede queste tecnologie come uno dei fattori che trasformano e ricompongono, ma non cancellano, la classe operaia.

Mentre i teorici della globalizzazione vedono la fine delle ideologie (ma il comunismo non è ideologia!) l'imperialismo vede in queste trasformazioni e ricomposizioni la base oggettiva che rende possibile una nuova soggettività veramente internazionale e internazionalista.



Valore, accumulazione, crisi,
caduta tendenziale del saggio di profitto.


Per Marx le difficoltà e i limiti del capitalismo hanno la loro causa teorica e pratica nei rapporti di produzione capitalistici (e non nella realizzazione sul mercato); se non esistesse la necessità oggettiva della rivoluzione non si potrebbe dare nemmeno la disposizione soggettiva a farla.
Il carattere necessario delle crisi e la fine storica del capitalismo sono già insiti nei rapporti di produzione stessi. Guardando alla teoria marxiana dell'accumulazione, che non si fonda sull'armonia o la disarmonia delle proporzioni di scambio nello schema di riproduzione (Luxemburg), bisogna guardare alla tendenza alla caduta del saggio di profitto connessa con la crescente composizione organica del capitale che si accompagna all'accumulazione stessa. L'aumento della produttività, la crescente composizione organica, la caduta tendenziale del saggio di profitto e l'accumulazione, per Marx, sono soltanto differenti aspetti dello stesso processo e, dal punto di vista teorico, indipendenti dalle condizioni di scambio delle due grandi sezioni della produzione che solo se concepita come una unità ci danno il concetto di capitale complessivo.
In Marx le leggi del movimento capitalistico si riferiscono al capitale complessivo, il concetto di capitale complessivo o capitale in generale è effettivamente un' astrazione (determinata), ma in nessun caso è una astrazione arbitraria. E' chiaro che tutti i capitali esistenti in un dato momento costituiscono il capitale complessivo, anche se la sua grandezza non è misurabile, e ciò che vale per il capitale in particolare vale anche per il capitale in generale, cioè per la produzione di plusvalore. Secondo Marx la caduta del saggio di profitto esprime il rapporto decrescente tra il plusvalore e il capitale complessivo anticipato, indipendentemente dal numero delle unità di capitali in cui si scinde, o dal fatto che nella produzione si ipotizzi l'esistenza di due sole
sezioni.
Lo schema di riproduzione si riferisce al processo di circolazione del capitale in aumento, un processo che si fonda sulla produzione di plusvalore. La riproduzione allargata del capitale complessivo è un processo ciclico, ma è tale sia per i singoli capitali sia per il capitale complessivo.
Quali che siano le difficoltà particolari inerenti al processo di circolazione il semplice rapporto tra lavoro salariato e capitale, tra capitale generale e lavoro salariato in generale, contiene già tutte le difficoltà che pongono dei limiti al processo di riproduzione in quanto processo di circolazione del capitale.
La teoria del valore si riferisce al capitale complessivo, in quanto qui valore e prezzo coincidono. Comunque il plusvalore complessivo venga trasformato ( e distribuito) attraverso la concorrenza in prezzi di distribuzione e in fine in prezzi di mercato, rispetto al capitale complessivo è il plusvalore complessivo a determinare il saggio di profitto e quindi l'accumulazione;  e poiché il capitale complessivo, al pari di ogni capitale particolare, muta la sua composizione organica nel corso dell'accumulazione - il capitale costante cresce cioè più rapidamente di quello variabile - il saggio di profitto,  che deve essere commisurato al capitale complessivo ma viene generato solo dalla parte variabile, deve cadere.

Ciò non avviene se il grado di sfruttamento della forza-lavoro cresce più rapidamente della composizione organica del capitale, il che secondo Marx è alla lunga impossibile, in quanto lo sfruttamento più intenso di un numero di operai che in proporzione al capitale in aumento è relativamente sempre in diminuzione, si imbatte in limiti sociali e naturali. In questo senso la teoria Marxiana dell'accumulazione non è legata allo
schema di riproduzione.
Il modello marxiano dell'accumulazione capitalistica astrae da molti aspetti della realtà al fine di mettere a nudo le connessioni interne del sistema. Esso ipotizza uno scambio di equivalenti di valore fondato sul tempo di lavoro; il sistema è costituito esclusivamente da operai e capitalisti.

Questa visione fondata puramente sul valore e sul plusvalore è non soltanto una "prima ipotesi semplificante", ma rappresenta un'astrazione necessaria per la conoscenza della situazione concreta. In questo senso per Marx la teoria del valore è la <scienza> dell'economia politica.

Essa è più di "un'ipotesi temporanea", in quanto rimane giustificata anche dopo che gli aspetti in un primo tempo trascurati della realtà concreta siano stati inclusi nell'analisi. L'astratta legge del valore governa la realtà indipendentemente dal fatto che quest'ultima sembri discostarsi da essa. La legge del valore è non soltanto uno strumento della ricerca bensì anche una parte della realtà, una parte che a dire il vero può venir svelata solo mediante la teoria critica, non empiricamente.
Essa non richiede quindi alcuna correzione a posteriori da parte della realtà, è essa stessa parte della realtà che ne determina la dinamica. La legge del valore non è soltanto un metodo scientifico, è anche conoscenza di nessi reali che solo apparentemente è in contraddizione con la realtà.
La produzione di valore e di plusvalore contrassegna solo il capitalismo, e la dialettica del suo sviluppo deve manifestarsi nelle categorie che gli sono proprie.Il modo astratto in cui Marx considera il valore è non solo il presupposto della conoscenza del mondo empirico, ma contiene già in nuce l'intero "mistero" dello sviluppo capitalistico e della sua inevitabile fine. Il puro esame del valore, che trascura tutte le categorie reali quali la concorrenza, il prezzo, il credito, il commercio estero e le forme particolari in cui si scinde il plusvalore (profitto, interesse, rendita fondiaria), ci fornisce già la LEGGE GENERALE DELL'ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA.
Ma la legge si afferma a mezzo della concorrenza  all'interno di un mondo capitalistico in sviluppo che non sa e non vuol sapere nulla né del valore né del plusvalore e che non si da alcuna spiegazione delle proprie reali tendenze di sviluppo. Si trattava quindi di provare che le categorie reali dell'economia capitalistica non possono mutare alcunché nella legge del valore, che cioè la legge del valore non viene negata dagli avvenimenti del mercato che in apparenza la contraddicono. Il terzo volume del capitale serve a fornire questa prova e mette in luce le relazioni interne tra l'essenza del capitalismo svelata nella legge del valore e le sue forme fenomeniche (dall'astratto al concreto, il tutto domina sulle parti). La teoria dell'accumulazione in quanto teoria del "crollo" non è che la conseguenza logica dell'applicazione della legge del valore al processo di accumulazione, nelle condizioni semplificate ipotizzate da Marx.
In realtà la tendenza al crollo viene sospesa da contro tendenze, cosicché lo sviluppo che nella teoria astratta tende al crollo, in pratica trova la sua espressione nel ciclo delle crisi. Con l'accumulazione del capitale e la trasformazione della sua composizione organica, cade il saggio di profitto. In pari tempo cresce però il saggio del plusvalore, cosicché un capitale più grande con un saggio di profitto inferiore fornisce il medesimo profitto attuale ( o un maggior profitto attuale) del precedente capitale più piccolo ma con un maggior saggio di profitto. Finché il capitale cresce più rapidamente di quanto cade il saggio di profitto la caduta è solo latente; per permanere così il plusvalore deve aumentare di pari passo con il saggio crescente dell'accumulazione; se il plusvalore realizzato non è sufficiente a spingere innanzi l'accumulazione sopravviene una situazione di crisi, dato che la produzione senza accumulazione o con un'accumulazione insufficiente non è produzione capitalistica.

La caduta del saggio di profitto è quindi un'espressione dell'accumulazione, e quest'ultima è essa stessa l'espressione della riuscita compensazione della caduta del saggio di profitto da parte della crescita del plusvalore. La caduta del saggio di profitto si riferisce al capitale complessivo e al plusvalore complessivo e rimane nascosta ai capitali individuali. In essa si rispecchia su una larga base sociale la diminuzione del valore di scambio delle merci in seguito alla crescente produttività del lavoro; e come tale diminuzione viene compensata dalla massa accresciuta delle merci prodotte, così anche l'aumento del plusvalore sormonta la caduta del saggio di profitto, ma esclusivamente nel caso in cui la produzione di plusvalore tiene il passo con la caduta del saggio di profitto.

La massa di plusvalore necessaria a questo fine è una grandezza ( un'incognita ) sconosciuta, al pari del capitale complessivo stesso; se essa sia sufficiente o insufficiente per il procedere dell'accumulazione si manifesta solo negli avvenimenti del mercato; se sorge un divario tra il plusvalore effettivamente realizzato e quello che sarebbe necessario per continuare l'accumulazione, sul mercato ciò si traduce in sovrapproduzione di merci e quindi in un problema di realizzazione, in quanto la piena realizzazione del profitto presuppone una sufficiente accumulazione del capitale. Marx ha sottolineato le controtendenze alla caduta del saggio di profitto corrispondenti alla realtà, ma in pari tempo ha mostrato che, al pari del capitalismo stesso, pure le tendenze che agiscono i senso contrario al crollo sono storicamente determinate e limitate; che lo sviluppo sociale non possa aver trovato una conclusione nel capitalismo è provato con tutta evidenza dai suoi contrasti di classe. I contrasti di classe peculiari dei rapporti di produzione capitalistici si presentano come problemi della produzione di valore e di plusvalore. Come ogni passato sviluppo sociale era fondato sulle forze produttive così anche la società capitalistica è legata alla loro ulteriore espansione, il che è però possibile soltanto per mezzo dell'accumulazione del capitale.

Sviluppo delle forze produttive sociali significa che con meno lavoro si può produrre di più, il che, in una situazione capitalistica, significa una crescita più rapida del capitale costante rispetto a quello variabile, cioè un numero decrescente di operai contrapposto a un capitale che cresce più rapidamente. Poiché all'acrescimento del plusvalore sono posti limiti assoluti, in quanto gli operai non possono né lavorare ininterrottamente né gratuitamente, la diminuzione relativa degli operai deve condurre alla diminuzione del pluslavoro e quindi risolversi in una caduta del saggio di profitto, la quale non può più venire compensata da un aumento del plusvalore.

In questo senso per Marx esiste una tendenza al "crollo" del sistema capitalistico; col che non è detto che il crollo sopravvenga automaticamente, né che se ne possa prevedere la scadenza. Si può invece dire che sulla base delle tendenze di sviluppo immanenti al capitalismo l'accumulazione è un processo gravido di crisi, all'interno del quale ogni grande crisi offre la possibilità di trasformare la lotta di classe nella società in lotta per il Comunismo.
Nessun sistema economico, per quanto debole esso sia, crolla automaticamente, esso deve comunque venire abbattuto. Ma questo appunto è un compito che spetta alla lotta di classe, alla critica dell'economia politica spetta necessariamente il compito di dar coscienza delle condizioni oggettive nelle quali deve svilupparsi la lotta di classe e che ne determinano l'indirizzo.

In questo senso noi non pensiamo sia possibile, praticabile ed utile fermare il processo di compiuta internazionalizzazione del capitale (la globalizzazione), al contrario è dentro di esso che vanno ricercati i momenti e i movimenti di classe INCOMPATIBILI per la sopravvivenza del capitale.


Roma
2 marzo 2008

coordinamento per l’autonomia di classe