Il caos del mercato capitalistico e’ sotto gli occhi di tutti.

Le presunte “regole” della democrazia economica vengono sconvolte dalla attuale crisi di finanziarizzazione, dalla possibile paralisi totale della liquidita’, frutto maturo dello squilibrio endemico tra politiche monetarie e politiche economiche.

Probabilmente, le attuali scosse ne annunciano nel tempo altre piu’ profonde e strutturali provocate dal passato ventennio di ciclo espansivo senza “regole”succeduto alla caduta dell’impero dell’est.

Non e’ ancora lo tsunami della crisi mondiale ma ne e’ uno degli annunci che, oltre il probabile tamponamento-soccorso delle ascese Europee ed Asiatiche, sta determinando e determinera’ nel prossimo futuro l’accelerazione dell’indebolimento relativo del blocco U.S.A. sullo scacchiere mondiale.

Oggi, proprio gli Stati Uniti, con il loro sistema di “securitization”

( cartolarizzazione ) e di disintermediazione ormai di moda anche nel vecchio continente, sono all’origine della paura mondiale; gli squilibri generati da una particolare tipologia di credito immobiliare e la catena di insolvenze di debiti susseguente hanno mandato in bancarotta diversi hedge fund, finiti “democraticamente” spalmati dappertutto, anche nei fondi comuni sottoscritti da piccoli ed ignari risparmiatori.

In sostanza, una delle piu’ comuni forme del credito bancario e’ l’epicentro della odierna crisi finanziaria.

Probabilmente, questa crisi covava da tempo, ma nessuno e’ riuscito a scongiurarla, ne’ alcuno ne prevede le conseguenze e la possibilita’ che possa ripetersi in forma esponenziale.

Gli strumenti dell’intervento politico-statuale risultano spuntati di fronte alla determinazione incontrollata ed incontrollabile della internazionalizzazione capitalista.


L’unica vera fine della reiterazione della crisi sara’ la rivoluzione sociale, risultato della derivata di forze tra l’irrisolvibilita’ della contraddizione dentro la compatibilita’ capitalista e la forza dell’intervento cosciente dell’organizzazione autonoma proletaria.
In questo senso, la rivoluzione e’ la fine del ciclo storico imperialista, delle proprie crisi e delle proprie guerre endemiche, i cui tempi rispondono al motore profondo della lotta di classe.
Noi possiamo intravedere i tempi della rivoluzione attraverso la comprensione dei cicli di accumulazione, espansione e crisi del sistema.
In determinate fasi storiche, come questa, possiamo tentare di accorciare questi tempi dando il nostro contributo alla rottura teorico-pratica del comunismo, ed al suo trasformarsi in organizzazione politica indipendente.



ciclo capitalista
tanto peggio tanto meglio


Grande e’ il disordine sotto il cielo capitalista, ma la situazione e’ solo apparentemente eccellente.

Certo , a guardare attentamente i dati dell’attuale ciclo mondiale espansivo, si notano squilibri, incertezze e moltiplicazioni di fattori avvolti nella nebbia dell’ultima crisi finanziaria.

La “svolta”, la novita’ che covava da tempo sotto la cenere e’ che l’Europa sta crescendo, seppur a ritmi rallentati rispetto alle previsioni, piu’ degli U.S.A.

Quest’anno finira’ probabilmente con il p.i.l. 2,3 a 2,2 per l’euro.

La motivazione del rallentamento americano sta nell’accumulo di un crescente disavanzo commerciale con l’estero e nel progressivo indebitamento delle famiglie, effetti contraddittori entrambi del lungo periodo di supercrescita dovute alle ondate di rivoluzioni tecnologiche e deregolution totale del mercato del lavoro della new economy.

Se le insolvenze del popolo dei consumatori americani e delle societa’ finanziarie dal “mutuo facile” si moltiplicheranno come sembra stia accadendo, aumentera’ la fragilita’ finanziaria, caleranno i consumi e le turbolenze si faranno pericolose.

Gli odierni aggiustamenti relativi al deprezzamento del dollaro stanno producendo un effetto alone in tutto il mondo, aumentando possibili svalutazioni, calo negli investimenti internazionali e destabilizzazione delle borse.

Il “nuovo” mondo uscito dal superamento della vecchia divisione bipolare stenta a muovere i primi passi; i vecchi rapporti di forza vanno in frantumi e la creazione di un equilibrio stabile frutto di nuovi rapporti di potenza non sara’ indolore.

La zona euro, attraversata dal rinnovato spirito della “carta dei diritti”, risente della ritrovata forza di uno dei suoi paesi guida, la Germania ( 1° esportatore mondiale dopo aver delocalizzato in Europa centrale ed Asia e dopo aver “riformato” il proprio welfare riducendo le cosiddette “rigidita’”del lavoro ).

L’accoppiata vincente Cina-India, che ha chiuso il 2006 rispettivamente con il p.i.l. a + 11% ed a

+ 9,2%, si prepara a rinnovare il risultato positivo nel 2007, confermandosi nel ruolo di giganteschi venditori ma anche di sterminati mercati di sbocco per l’area Euro-Americana; una menzione a parte merita l’interessamento della suddetta accoppiata vincente per l’Africa, e per il suo rame, petrolio, stagno, ferro, etc.

Cina ed India stanno superando la dimensione regionale delle proprie potenze facendosi concorrenza in Africa ed in America Latina, provocando malumori e protezionismi nei “vecchi e nuovi continenti”.

I dati del 1° semestre del 2007 indicano un buono stato di salute di eurolandia, dove la crescita media e’ del +2,3%, con punte del +3,6% in Spagna e del +2% in Francia.

Per l’Italia siamo ad un +1,8%, frutto della stretta sulla spesa pubblica ( vera destinazione del “tesoretto” ), dell’aumento della produttivita’ industriale e della moderazione salariale.

Il passaggio di secolo e’ segnato da queste dinamiche concorrenziali e contraddittorie, vera causa di scontri economici e militari.

Probabilmente, Cindia ed Europa saranno i motori propulsivi del prossimo ciclo di accumulazione nel nuovo mondo pluripolare.

A fronte del “buono stato” dell’economia globale, la condizione dei lavoratori e’ disastrosa;

l’intreccio tra i processi di delocalizzazione ed avanzamento tecnologico, unito all’attacco mortale al welfare keinesiano-socialdemocratico ha comportato, nei paesi occidentali e negli ultimi 25 anni, una riduzione di 7 punti della quota del lavoro sulla ricchezza nazionale.

Nel 1980, il lavoro si ritagliava una fetta pari al 68,34% del p.i.l.; nel 2006, questa quota era scesa al 61,52% ( in Europa, il crollo e’ arrivato al 10% netto! ); da aggiungere, a conferma dell’attuale fase negativa dei rapporti di forza tra le classi, l’aumento generalizzato della produttivita’ ( +2,8% in U.S.A.-+ 2,1% in Giappone-+1,7% nell’area euro ) e della precarizzazione dei rapporti lavorativi, per non parlare delle condizioni di schiavitu’ da “accumulazione originaria” nell’est euro-asiatico.

Il salario e’ stato decisamente surclassato dal profitto, grazie alle leggi di mercato, ma anche alle politiche di austerita’ governative ed a quelle concertative del sindacato di stato.

L’intero guadagno di classe del dopoguerra, frutto del ciclo trentennale di lotte di classe, si e’ volatilizzato.


ciclo politico
tra adeguamento bipartito e neoconcertazione


Al movimento economico corrisponde sempre, in forma piu’ o meno tempestiva, un movimento, un adeguamento delle linee guida governative, delle forme della politica, delle ideologie dominanti.

Oggi viviamo i tempi di una sfasatura, di un ritardo in questo processo di adeguamento, di possibile corrispondenza tra struttura e sovrastruttura.

La causa di questo ritardo e di questa difficolta’ risiede nell’aumento della velocizzazione economica ma anche nella dinamica di “cessione di sovranita’” da parte delle entita’ statuali nazionali in direzione dei blocchi continentali in formazione ed assemblaggio.

Quel che e’ certo e’ che la competizione interimperialistica tra blocchi economici necessita, all’interno di ogni singola specificita’ nazionale, di un generale snellimento del peso di sistema, di una revisione semplificatrice dei propri meccanismi di funzionamento e perpetuazione.

L’attuale dibattito in corso nel cielo della politica sul superamento del bicameralismo perfetto, sulla riforma della legge lettorale ( probabilmente sul modello tedesco ), sulla riduzione del numero dei parlamentari e sul rafforzamento della figura premieristica del presidente del consiglio dei ministri, sul federalismo etc risponde proprio a questo scopo.

Cosi’ come risponde a questo scopo il prossimo varo dei due poli e partiti “democratico e delle liberta’”, accomunati dalla vocazione bipartita.

Una semplificazione del gioco parlamentare tesa ad una migliore gestione dell’alternanza politica e governativa, comunque ossequiosa dei vincoli europei.

Chi sara’ probabilmente escluso dalle comode poltrone dei palazzi Chigi e Madama a causa delle soglie di sbarramento elettorale protesta e, appellandosi alla democrazia ed alla partecipazione, vaneggia ritorni ad un utopico proporzionale rappattumando i cascami di sinistre critiche e democratiche.

Sul fronte sindacale di stato l’adeguamento all’U.E. segna il passaggio dalla vecchia concertazione del secolo passato alla vera e propria integrazione nell’apparato statuale dell’intera struttura di “rappresentanza” dei lavoratori ( vedasi il coinvolgimento totale nella rapina del t.f.r. o il tentativo di abolizione del contratto nazionale, il passaggio della durata della parte salariale dei contratti da 2 a 3 anni e gli “scalini” pensionistici, etc ).

Il tentativo complessivo e’ quello di imporre, attraverso una nuova stagione di austerita’ e moderazione salariale, la “riforma” dell’intero modello standard di contratto di lavoro indeterminato, attraverso percorsi di “maturazione graduale delle garanzie”, sulla scia dei neomodelli Olandesi e Spagnoli.

Del resto, Bruxelles ha appena aggiornato la propria dottrina sulla flexicurity

flessibilita’ e precarieta’ per tutti. Avanti Europa!



Movimento
compagni si compagni no compagni un cazzo


L’attuale tramonto dei movimenti no-global segnano la fine del loro tentativo di contaminazione ecumenica con le “societa’ civili”; dopo le grandi ed evidentemente inutili sfilate “contro la guerra di Bush”, le moltitudini tornano, in ordine sparso, ciascuna a casa propria: i papa boys con il pastore tedesco, gli scapigliati di tutte le piazze, promossi dalla loro “societa’ civile”, in molti scartabellano e chiacchierano nei parlamenti, alla ricerca continua della frase eclatante, truce ed estrema che buchi l’”informazione”……….Ci riescono poco e male, falliti anche come uomini d’avanspettacolo.

Gli altri, la “base”, arrabbiata ed esclusa, si consola ballando dietro qualche tir o, rintanata in qualche centro (a) sociale, elemosina le briciole dei gia’ magri bilanci municipali.

E’ il riflesso del riflusso profondo; alle difficolta’ evidenti di semplice conoscenza se non di confronto, rapporto ed internita’ al tessuto di classe, si sostituisce l’intermittenza delle mobilitazioni localiste, sempre interclassiste, spesso colluse con i poteri locali ed eterodirette da onnipresenti vescovi di buona volonta’.

E’ una deprimente miscela che sta’ per regalarci la proliferazione di percorsi paraistituzionali “di lotta e di governo” irrobustiti da interi settori di “movimento”; gia’ si annunciano autunni “caldi” di “primarie, confronti ed agglomerazioni politiche” ( col solito contorno di cortei a riaprire e rianimare stagioni politiche ) all’insegna della “partecipazione” e dell’ultraframmentazione massimalista di certa sinistra di stato.

Cosa centra questo pantano iperpoliticista con lo sforzo diffuso, ma ancora insufficiente, di militanti di classe che cercano di ri-conoscersi, difendersi, collegarsi, autoorganizzarsi?

Niente!

E’ per questo che bisogna scindersi, dando corpo anche fisico, oltreche’ teorico e politico, alla rottura dell’autonomia comunista.



autonomia comunista


L’autonomia comunista dal ciclo produttivo e la rottura del cielo della politica, nel superamento della dicotomia politico-sindacale, sono il riflesso della scissione di classe.


  • Autonomia comunista teorica dalle “spiegazioni” ideologiche della sociologia borghese, attenta solo all’apparenza fallace; adesione ed assimilazione del metodo e della verifica materialistica.

  • Autonomia comunista politica dal parlamentarismo e dalle ideologie della “partecipazione democratica”; adesione ed assimilazione dell’astensionismo, che da storicamente tattico diviene punto strategico e discrimine dello sviluppo indipendente del moderno movimento rivoluzionario.

  • Autonomia comunista organizzativa da tutte le forme borghesi e piccolo borghesi di organizzazione ( interclassiste-fondamentaliste-a rete-federaliste- comunitarie- di base- etc.) in favore dell’organizzazione funzionale rispondente solo ed esclusivamente agli interessi immediati e storici del proletariato, e della propria rivoluzione.


L’unificazione dell’aspetto teorico con la trasposizione pratico-organizzativa di questo e’ alla base di un corretto rapporto tra centro politico e specificita’ locali e di settore; l’azione diretta puo’ fare a meno dell’”istituzione di ciance”, e dei suoi tanti tentativi di imitazione.

La forza di classe deve corrispondere alla ragione storicamente verificata.


Questa nostra impostazione strategica diviene compito specifico nella fase attuale, caratterizzata dal prolungarsi del lungo riflusso delle lotte di classe, nella costruzione di ambiti, luoghi e spazi unitari di analisi, dibattito ed azione comune con quanti non hanno abbandonato la prospettiva della trasformazione sociale.

E’ un processo gia’ in corso, ma anche un invito a rafforzare questo progetto.






Roma

autunno 2007


coordinamento per l’autonomia di classe