contributo dei compagni del Coordinamento per l'Autonomia di classe

Da tempo si parla di repressione nel cosiddetto movimento, e questo potrebbe essere importante, visto che il problema repressivo tende ad acquisire uno spessore sempre più consistente in questa fase economica e politica.
Quello che non va bene è che quando si parla di questo problema si tende a parlare esclusivamente della repressione che colpisce il movimento, i militanti, i rivoluzionari; solo raramente e come inciso si parla della repressione che colpisce i proletari e i ceti sociali esclusi dal salotto buono del Capitalismo. Di questi si parla solo quando c'è qualche caso eclatante, tipo la polizia che carica manifestazioni operaie, o quando gli sbirri si accaniscono contro qualche migrante in maniera talmente pesante, da meritare visibilità mediatica. Invece della repressione che colpisce il movimento si parla in maniera martellante, si scrivono decine, centinaia di comunicati contro l'arresto di singoli compagni, e, addirittura, nascono come funghi Comitati per la scarcerazione di questo o quel compagno o, peggio ancora per l'abolizione di questo o quell'altro articolo del codice penale. Capiamoci bene, noi non vogliamo nessuno in galera, figuriamoci i compagni; anche noi pensiamo che i compagni vanno liberati, ma non pensiamo che vadano liberati in questo modo, perchè i compagni non finiscono in galera perchè sono antipatici, ma perchè il Potere vuole rimuovere qualsiasi intralcio sulla sua strada, e quindi si vuole liberare di coloro che potrebbero saldarsi (e dirigere) ad eventuali ribellioni sociali contro un Sistema non più in grado di garantire uno Stato Sociale capace di soddisfare le esigenze dei ceti sociali deboli, dei proletari insomma.
"I compagni non finiscono in galera perchè loro sono pericolosi per il Potere da soli, ma perchè possono diventare pericolosi PUNTI DI RIFERIMENTO PER IL PROLETARIATO"
E infatti non è che in galera finiscono solo i compagni, anzi come percentuale numerica i compagni in galera sono la minima parte del Proletariato prigioniero. Qualche anno fa abbiamo anzi pubblicato sia come mostra cartacea, sia sul sito internet controappunto dei dati statistici riguardanti la popolazione carceraria, che dimostravano sia un'incremento della stessa popolazione carceraria, sia una sempre maggiore proletarizzazione di questa popolazione.
E allora se in galera finiscono i proletari e quindi anche i compagni non possiamo pensare ai compagni come un corpo separato, come un ceto protetto, ma come una componente del proletariato, che insieme ad esso va liberata.
Fra l'altro fondare comitati ad hoc per i compagni o per l'abolizione di reati, che colpiscono soprattutto i compagni, ha un altro inconveniente: a chi va chiesta l'abolizione del tale reato? Si sa che quando si vuole combattere contro qualcosa si possono seguire due strade: o quella di costruirsi rapporti di forza che costringano il Potere a darti quello che vuoi, o quella di elemosinare al Potere la concessione di quello che chiedi.
Se noi affrontiamo il problema della repressione con i Comitati ad hoc, non riusciamo a cambiare alcun rapporto di forza nella società: cosa volete che interessi ad operai, disoccupati, proletari insomma, se dei compagni stanno in galera al 41bis quando loro magari alternano la vita fra galera e lotta per la sopravvivenza?
E allora per cambiare questi maledetti rapporti di forza, dentro e fuori, bisogna riuscire a collegare i fili, stabilire un contatto fra chi subisce la repressione per motivi sociali e chi la subisce per motivi politici, unico modo per causare quel corto circuito capace di far saltare la spirale della repressione e il Sistema che la produce.
E per stabilire questo contatto non dobbiamo partire da noi, che in fondo ci aspettiamo la reazione dello Stato alle lotte che portiamo avanti, ma dalla galera perenne in cui vivono milioni di proletari.
Quello che dobbiamo spezzare è l'abitudine dei proletari alla repressione, la loro rassegnazione al fatto che la lotta per la sopravvivenza sia un reato. Da tante parti si dice che un numero sempre più alto di proletari non riescono ad arrivare in fondo al mese, a causa dei salari da fame e della precarietà, ed è vero. Come è vero che molti di loro sono costretti a rivolgersi alla Caritas per tirare avanti; e, badate bene, alla Caritas non si rivolgono solo "barboni", migranti e "senza fissa dimora" ma anche, e sempre di più, operai precari e diverse altre figure del proletariato. Altri, che non vogliono rivolgersi alla Caritas, sono costretti a "delinquere" e vanno in galera, abituati da sempre ad essere dalla parte del torto.
E' questa cultura dell'abitudine e della rassegnazione che bisogna sconfiggere, se si vogliono cambiare i rapporti di forza: bisogna ricordare ai proletari che, se sono costretti a delinquere, non è colpa loro, ma di un Sistema che per accrescere i profitti dei padroni precarizza e umilia i lavoratori costringendoli a delinquere. Questo potrebbe essere il primo passo per cercare di organizzare la protesta, per farli passare dalla lotta individuale, separata, alla protesta sociale, la sola capace di sconfiggere la Società della galera, che sovrasta tutti.
Se invece insistiamo a muoverci come un corpo separato che si autolegittima e si autodifende avremo davanti un solo possibile risultato, e cioè un atto di clemenza del più forte, lo Stato, verso un nemico ormai piegato e pronto ad elemosinare una soluzione politica che magari tirerà fuori qualche compagno dalla galera, ma che lo consegnerà, sconfitto, domato, separato dal corpo sociale, ad un'altra galera, quella che tutti i giorni si vive fuori in questa Società di merda.
Sappiamo benissimo che la soluzione da noi proposta è quella più difficile ed impegnativa, e che costringerà molti compagni a stare in galera per un periodo più lungo, ma sappiamo anche che questa soluzione permetterà loro di tenere su la testa, di essere sempre inseriti in un tessuto sociale capace di rivoltare un giorno questa Società.
Naturalmente non abbiamo soluzioni rispetto al problema proposto, non abbiamo una linea generale su come si provochi questo corto circuito: semplicemente pensiamo che vivere in un tessuto sociale significa conoscerne le problematiche e intervenire, organizzare la soluzione di queste. Si può cominciare a pensare (e qualcuno già lo ha fatto) a spazi di autodifesa proletaria, magari e possibilmente con qualche avvocato disponibile ad un lavoro di consulenza sociale periodica e gratuita per i proletari alle prese con la giustizia borghese e magari arrivare a forme di Soccorso Rosso autogestito a disposizione non solo dei compagni, ma dei proletari che incontriamo tutti i giorni, senza chiaramente escludere, anzi organizzando forme di lotta contro la violenza quotidiana che lo Stato dispiega contro gli esclusi della Società.
Sono solo piccoli esempi di quello che si potrebbe fare, ma altre proposte potrebbero uscire da una seria discussione fra molte teste su queste tematiche: è a questo che secondo noi dovrebbe servire un'assemblea nazionale contro la repressione che sia un tentativo di riannodare le fila di una lotta di classe contro questo Sistema, per il Comunismo.

Coordinamento per l'Autonomia di classe